In Questa Vita Una storia noir
Matteo Marangoni
 Figura di copertina

A quelli che si rialzano, che amano e odiano.

codifica TEIP5 eseguita da Stefania Vianello

Table of contents

1. Capitolo 1

1.1. Presente - Atto I

Come tutte le storie di questo genere, si inizia sempre con un cadavere.

Il suo sguardo spento è fisso sul lampadario, come una falena che ha fissato troppo la sua ultima fiamma.

Il foro nella sua testa mi ricorda che non avrebbe parlato poi molto, ed era un vero peccato. Mi sarebbero servite molte informazioni da un tipo come lui, e avrei cercato di strappargliele in ogni modo, ma la vita riserva sempre un sacco di sorprese, e questa era solo l’ultima di un’apparentemente infinita serie.

Non era andata lontana, sento il suo odore, lo respiro a pieni polmoni.

I ricordi tornano a galla, sempre e comunque. Se si guarda indietro, loro sono presenti, come un profondo baratro a cui è impossibile sfuggire, un mirino sempre puntato alla testa. L’ultima notte, l’ultimo sospiro, l’ultimo bacio focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno, che ti avvolgono e che non ti lasciano respiro.

Riesco ancora a sentire l’odore di zolfo, il fumo aspro che fuoriesce dalla canna della pistola con cui lei aveva tentato di uccidermi, molto tempo fa. L'uomo che giace ai miei piedi non è stato abbastanza fortunato da sfuggirle.


Raccolgo l’arma vicino al cadavere.

Probabilmente aveva cercato di difendersi, o forse la portava sempre con sé. Ma quando c’è una bella donna, che ti soffia sul collo e ti sussurra parole dolci, nemmeno la morte riesce a svegliarti. Sempre che anche la morte non ti soffi sul collo, ovviamente.

Osservo la stanza, la finestra, la porta… Mi avvio verso l’uscita facendo attenzione a non calpestare il sangue, e spengo la luce. Per quanto li spalancasse, quest’uomo non sarebbe più riuscito a togliersi il biondo colore dei capelli dell’assassina dai suoi occhi.

1.2. Passato - Atto II

Ero uscito con lui.

L’aria era ben più fredda del giorno prima, e ti entrava nelle ossa con la stessa prepotenza, e sorpresa, di un pugno allo stomaco. Gli alberi di quel parco stavano perdendo tutte le foglie, le panchine erano quasi tutte libere e le strade erano deserte, un quadro innaturale che ritraeva perfettamente quello che mi passava per la testa. E che lui non poteva sapere.

‘C’è molto freddo oggi… Avrei dovuto portare una giacca più pesante. ’ Gli piaceva parlare dell’ovvio, non era mai stato un brillante oratore, ma compensava con l’essere un buon amico.

‘ Il lavoro? Va come il solito?. ’ Questo lo metteva a disagio. Non aveva mai capito cosa facessi davvero, e nemmeno voleva saperlo, ci avrei scommesso. Risposi quindi come facevo ogni volta che le persone mi pongono questa domanda: ‘Alla grande … nessuna novità, tutto procede bene.’

Si mosse un po’ a disagio.

‘“Allyha trovato lavoro, presso una banca. Dopo un sacco di colloqui, è stata accettata in questa. Ti ricordi di Ally, vero?’

Ally. Una donna bella, enigmatica… a volte allegra, a volte silenziosa, il suo umore oscillava come le note di una triste canzone suonata da un violinista agli angoli delle strade. Si, la ricordavo. Non potevo dimenticarla.

Una foglia cadde verso di noi, portata dal vento.

‘Non sei più venuto a trovarci. Immagino sarai molto occupato…’ L’esitazione della sua voce mi invitava a confermare. Ma non c’erano parole, non c’erano spiegazioni, non c’era niente.

Mentii a lui, quando invece avrei voluto mentire a me stesso.

‘Si, ho molto da fare ultimamente, e molte cose mi tengono lontano persino da casa. Appena avrò un po’ di tempo passerò, non preoccuparti.’

Silenzio.

Una volta non c’era, tutto questo silenzio. Solo il vento passava in quel momento fra noi, a sussurrarci quello che pensavamo entrambi, che qualcosa era finito. Mi alzai, e dopo il saluto lasciai a lui solo la mia schiena.

Perché la verità era rimasta con me, portata dal vento.

1.3. Presente - Atto III

La vittoria è la più grande bastarda che esista. Ti lascia avvicinare, ti fa sentire il suo odore, ti seduce… finchè non si stufa di te, e ti lascia per terra riverso sui tuoi stessi problemi.

Probabilmente questo lo pensava anche Vincent, sempre che fosse ancora in grado di pensare.

Salgo sulla macchina e mi avvio lungo la quarta, a fari spenti per non attirare l’attenzione, l’ultima cosa che voglio è che mi fermi una pattuglia della polizia… Lei era stata li, aveva ucciso il trasportatore di Vincent e aveva portato via la merce. Cerco di pensare al come, al perché, ma è solo una nube che ho nella testa, e che oscura ogni mio tentativo di riflettere. Il cervello mi scoppia, e nemmeno la bottiglia di whiskey invecchiato che ho nel cruscotto riesce a calmarlo.

Sono solo, ora, ho bisogno di aiuto e non posso fidarmi di nessuno. Decido quindi di andare dall’unica persona che può fare qualcosa per me, nel bene o nel male.

Odio rimanere fermo e attendere l’inevitabile.

L’ufficio di Andrej (sempre se si ritiene il caso di chiamarlo “ufficio”) è in un grande edificio mezzo abbandonato in periferia, luogo adatto solo a cani randagi, rinnegati e criminali.

Afferro la Colt 9mm e la nascondo sotto il cappotto, l’acciaio che batte sul mio corpo comincia a calmarmi… mi accendo una sigaretta, aspiro a pieni polmoni e soffio fuori il fumo.

Devo essere pronto a tutto, e il fuoco che si consuma sotto i miei occhi mi ricorda come una vita può diventare drasticamente breve.

Prima che sia ancora finito butto il mozzicone sull’asfalto, e mi avvicino a Andrej con passo sicuro. Non deve esserci incertezza nel mio sguardo, né esitazione nelle mie parole, e mentre calpesto le pozzanghere di quella strada dimenticata, decido che avrei lasciato a quest’uomo solo la scelta fra un aiuto e una pallottola in fronte.

1.4. Passato - Atto IV

Non avevo passato una bella notte, e ne sentivo gli effetti mentre guidavo. Gli incubi mi avevano colto alla sprovvista, lanciandomi in una scia di sangue e violenza a cui io ero estraneo, ma che in qualche modo mi attiravano verso di loro, parlandomi e seducendomi…

Per radio davano una canzone che si intitolava Smooth Criminal, liscio criminale… è incredibile quanto ironica possa essere la vita in alcuni momenti, una spietata ruota della fortuna in cui speri non esca mai il tuo numero. E questa volta avevo preso il biglietto vincente

La sirena di un’ambulanza che mi stava superando mi fece tornare con la mente a quello che dovevo fare, al lavoro che mi aspettava, ma nonostante tutto non era il primo dei miei pensieri. La conversazione del giorno prima mi ballava nella testa, la sua espressione e il suo imbarazzo mentre cercava di capire…

Arrivato a destinazione, un uomo arcigno mi disse di aspettare il capo in una stanza spoglia, con una sola finestra che dava su di un vicolo lurido e lasciato a marcire.

Sembrava avesse assorbito l’intera essenza di quel luogo, un inferno marcio e putrescente, che si attaccava morbosamente alla vita come la muffa su di una mela andata a male.

Perché questo era il luogo dove ero, una mela andata a male, e io uno di quei vermi che la consumano.

Quando la porta si aprì, guardai il nuovo arrivato e mi sentii come al solito a disagio.

Vincent era un uomo carismatico, uno di quelli che riescono a farti credere che tutto al governo funziona perfettamente, che il mondo era giusto così com’era, che una persona meritava di morire perché così doveva essere.

Un ottimo politico, un pessimo uomo.

Pronunciò il mio nome con velato disinteresse, e si sedette su di una sedia.

‘Abbiamo ancora bisogno di te.’

Quando parlò, quando mi spiegò, tutto perse di significato, i pensieri, i problemi, e il ricordo cominciò a farsi strada...

1.5. Presente - Atto V - Il suo ricordo

L’amore… quanto si è combattuto, quante giustizie sono state compiute, quanti errori sono stati fatti, per amore.

Osservavo le curve del suo corpo, i suoi capelli, le sue labbra, distesa su un letto di sogni e di speranze, coperta da nient’altro che le sue colpe.

Ally, dolce Ally… in quel momento avrei fatto qualsiasi cosa per te, rapito com’ero da quel vortice di passione che ci aveva colti alla sprovvista, e sfiniti entrambi.

‘Svegliati, Ally.’

Aprì gli occhi, mi fissò e socchiuse le labbra in un breve sorriso. ‘Buongiorno’. Mi accarezzò la guancia, scendendo fino al collo. Dovetti fermarla, altrimenti non sarei riuscito a parlare.

‘Abbiamo sbagliato tutto… ’ Era meglio partire diretti. Non sono mai stato un bravo conversatore. ‘Non avremmo dovuto farlo…’

Rimase un attimo in silenzio, poi si mise seduta, ancora nuda, su quel letto. ‘Non è una nostra colpa, lo sai anche tu… non voglio dirti di non pensarci, ma non dovresti farlo, e non dovrei farlo nemmeno io.’

Sospirai, e dissi quello che mi spezzava in due. ‘Lui è mio amico. Tu sei la sua d…’

‘Non sono ‘sua’! Non lo sono mai stata! ’ alzò la voce, quel tanto da lasciar trapelare la rabbia.

Per me? Per lui? Per sé stessa?

Quando ero arrivato, piangeva. Piangeva così forte che il suo viso era diventato più rosso del sangue. Le avevo asciugato le lacrime, le avevo baciato la bocca. Odiavo vedere una donna piangere, ma non volevo ascoltare le sue ragioni. Non mi interessava niente, solo i suoi occhi, la sua pelle, e il suo profumo.

In quel momento invece non piangeva più, mi fissava solamente a denti stretti, senza avere l’accortezza di coprirsi. Sperava che, vedendo il suo corpo, sarei rimasto con lei? O forse semplicemente non gliene importava?

L’amore… può prendere o cancellare tutto, ti annebbia i pensieri e ti porta via la parte razionale a cui eri tanto legato, tanto da farti compiere alcune tra le scelte più errate della tua vita.

Sorrisi alla luce che si rifletteva sulla sua pelle dal color del latte, mi alzai dal letto e cominciai a vestirmi. Lei mi stava ancora guardando. Quando rinfoderai la mia pistola, la fissai e pronunciai le parole a cui volevo credere disperatamente. ‘E’ stata una scelta di cui non mi pento. Dobbiamo parlarne con lui, e dobbiamo parlarne fra noi due, ma non ora. Forse il tempo sistemerà un po’ di cose... ’. Sorrisi di nuovo quando le dissi ‘Ti amo’ e mi voltai dando le spalle a quel corpo perfetto, come avevo dato le spalle a suo marito, mio amico.


Quando me ne andai, al volto di Ally mancava tutto. Il suo sorriso, e le sue lacrime.

1.6. Passato - Atto VI

Quando il lavoro entra in conflitto con la tua donna, non possono che nascere problemi. Peggio ancora se la donna in questione non è la TUA donna, e se il lavoro consiste nel liberarsi di persone scomode.

Se la questione non fosse stata così drammatica, mi sarei messo a ridere. Ma non era il caso.

‘…diciamo che è diventata un personaggio pericoloso per qualcuno di importante, che la vorrebbe. come dire.. veder sparire. Capirai la mia preoccupazione, non posso veder preoccupati questi miei amici’ Il suo sorriso così sardonico mi faceva ribrezzo, tutta la corruzione che usciva dalla sua bocca e che inondava quella piccola stanza mi stava nauseando. Sapevo, dentro di me, di non poter resistere ancora a lungo a quella vita.

Forse era questa l’occasione per cambiare…

‘Il nome per intero del soggetto in questione è Ally May , su questo foglio ci sono l’indirizzo e gli orari in cui puoi trovarla a casa.’Sapeva i suoi spostamenti, l’avevano controllata.

‘Quindi sapeva anche…?’

‘No, o almeno lo speravo. Ma la sua espressione era indecifrabile, solo quel sorriso.’

‘Questo, e un altro paio di lavoretti, e il tuo debito è concluso, sarai un uomo libero. Non ti esalta, l’idea?’ Fottiti, Vincent.

‘Con te verrà anche Boost, lo troverai vicino alla macchina. Dovresti averci già lavorato insieme. Buon lavoro… ’ Ancora quel sorriso. Avevo l’impulso di rompergli i denti, ma non ne sarei uscito vivo. Era meglio aspettare ancora un po’.

Come promesso, vicino alla mia macchina trovai Boost. Che razza di nome era "Boost"?

Guidai, con lui seduto sul sedile del passeggiero, ascoltando una canzone intitolata Operation Mindcrime, e pensai alle varie possibilità.

L’uomo accanto a me non era mancino, avrei quindi dovuto prima sparare al braccio destro. E non aveva nemmeno molta mira, ma questo era irrilevante… se fosse stato abbastanza vicino, la mira non era necessaria. Ed era sempre stato lento a capire, ma se sapeva del mio rapporto con Ally ero comunque in svantaggio.

Lanciai quindi la macchina lungo la sesta, con la sensazione di stare trasportando la morte con me, un passeggero scomodo che sussurrava i suoi ordini ad uno schiavo di un mondo troppo assurdo per poter essere compreso.

1.7. Presente - Atto VII

L’edificio sembra vuoto, ma non ci giurerei. Probabilmente sa già che stò arrivando, ma se sono un uomo fortunato mi riterrà inoffensivo. Peccato, non sono mai stato fortunato.

Salite le scale l’unica cosa che mi ferma è una porta, da cui non arriva nessun rumore, una sorta di Dantesco ingresso che separa la pazzia della Terra da quella dell’Inferno. Ora comincia la parte pericolosa.

La spalanco ed entro con passo convinto, fissando davanti a me la figura seduta alla scrivania che mi guarda con fare spavaldo e che picchietta fastidiosamente le dita sul legno, mi fermo ad un paio di metri da lui e prendo l’iniziativa.

‘ Andrej. Ho bisogno di un aiuto veloce.’

Finge di riconoscermi solo in quel momento. ‘Oh, ma guarda chi c’è! ’ chiamandomi per nome. Il modo in cui lo pronuncia mi irrita, con quel suo fastidioso accento russo e l’aria di inferiorità che insinua in ogni lettera scivolata dalla sua bocca. Ho la tentazione di andarmene, girarmi e correre. Ma ho deciso di non voltare più le spalle a niente, e non voglio venire meno a questa promessa.

‘Ti credevo morto. Tutti ti credevano morto. E ora ecco che sbuchi fuori dalla tomba, assetato di… cosa? ’ Occhi troppo furbi, per quella faccia da scemo, mi fissano.

‘Ho bisogno di informazioni, Andrej…e un po’ di armi. So che puoi avere tutto questo, e…’

Ha spostato lo sguardo dietro di me, solo per una frazione di secondo.

C’è qualcuno. Lo sento respirare, sento lo spostamento d’aria, e sento la voglia di uccidere che aleggia in quella stanza. Devo muovermi, in fretta!

Mi getto per terra, girando su me stesso, ed estraggo la 9mm. Non ho il tempo di vedere chi c’è, solo una figura nebbiosa vicino alla porta… no, sono due.

Sparo senza pensarci. Sparo perché è l’unico modo che ho per andare avanti, per non morire in questo schifo di posto.

Crollo a terra, non riesco a capire come si sia concluso lo scontro, se sono stato ferito o se li ho colpiti. L’urlo nevrotico di Andrej mi dà sollievo, e i due cadaveri stesi sul pavimento confermano che tutto è andato per il verso giusto, non sono ancora morto.

Controllo se ho qualche ferita, ma un segno di bruciatura rivela che uno di loro ha soltanto colpito il mio cappotto, e un foro di proiettile su un vestito è il giusto prezzo per avere due pistole in più… ora avevo le armi che mi servivano.

‘Sembra che i tuoi uomini non avessero molta mira, Andrej…’

Cerca di mantenere il viso tranquillo, mentre stringe un patto con la morte. ‘Erano solo venuti ad accertarsi che io stessi bene, a chiederci se volevamo del tè. Ora dovrò assumerne altri…’

Chiudo la porta da cui sono entrati, e prendo uno dei loro ferri. Poi, con passo calmo, mi avvicino a quell’uomo così importante, ma così indifeso. Sono un pesce che nuota controcorrente, e che ha appena trovato riparo all’ombra di uno squalo. Vedo la sua paura, il suo sudore, l’attesa degli altri suoi uomini, e l’odio per un essere che aveva ritenuto un semplice sassolino nella scarpa, e tutto questo mi diverte.

Ha ragione lui, dovrei essere morto. Ma sono tornato, ed è il fatto di non avere più niente da perdere che rende l’uomo un diavolo.

‘E’ ora di darmi quello che cerco, Andrej…’

1.8. Passato - Atto VIII

Nei dintorni della sua casa non sembrava esserci nessun vicino ficcanaso, le strade erano deserte e la giornata era soleggiata.

Sembrava tutto andare alla perfezione.

Ci eravamo avvicinati abbastanza da capire che qualcuno era in casa, si sentiva una musica provenire dalle finestre semi-aperte in cui una tenda bianca copriva la visuale, la porta era invece aperta ed entrammo senza far rumore.

Lei era davanti al pianoforte nel soggiorno, mentre batteva i tasti sulle note di una canzone che avevo già sentito, ma di cui non ricordavo il nome. Aveva una lunga veste bianca, e il suo profilo era bellissimo… sembrava un angelo le cui ultime note presagivano il momento della sua caduta.

‘Ally…”’

Si voltò, e mi fissò con occhi insolitamente tristi. ‘Mi dispiace che abbiano mandato te… mi dispiace molto…’ Lei sapeva che stavamo arrivando, e non era scappata. Ma la cosa che mi sconcertava di più era che sapeva chi ero, cosa facevo in quella casa… Non era sorpresa di vedermi, perché?

Il mio “collega” mi stava fissando, ma non mi importava. Non importava la sua espressione, quello che poteva aver intuito, o i suoi dubbi. Continuavo a guardarla come se potessi fermare il tempo, e imprimermi la sua immagine.

‘Cos’hai fatto, Ally…’ era solo un sospiro, ma sembrò averlo sentito. Abbassò lo sguardo sul pianoforte e alcune lacrime cominciarono a bagnarle il viso.

Suona ancora per me, Ally…

Continuò a premere sui tasti, senza fermarsi, una nota dopo l’altra, una canzone bellissima, e allo stesso tempo straziante, che riempiva l’intera stanza.

Potevo uccidere Boost, portarla lontano, salvarla, ma mi avrebbero cercato e ucciso. Se invece avessi eseguito l’ordine, lei sarebbe morta per una causa che non conoscevo, ma io sarei stato salvo, a qualche passo dalla libertà.

Sentii la testa rompersi, il corpo lacerarsi mentre prendevo una delle decisioni più difficili della mia vita.

Le puntai la pistola alla testa, con un braccio che non mi apparteneva.

Suona ancora per me…

1.9. Presente - Atto IX

‘Vediamo se riesco a spiegarmi. Tu sai qualcosa che io voglio sapere, e non ho molto tempo. ’

Distolgo lo sguardo portandolo sul fazzolettino bianco che uso per pulirmi le mani. Il tessuto è come la coscienza di una persona, è bianco candido fino a quando non lo usi, e si può sempre riportare allo stato originale. Ma quando si macchia di sangue è difficile rendere il chiarore ancora così acceso, così lindo.

Andrej è legato alla sedia, i lividi e i tagli adornano il suo volto in una grottesca maschera di halloween, la bottiglia di whiskey è sul tavolo, un vizio vicino ad una corruzione.

Le mani mi fanno male, la testa mi si stà spaccando e comincio a chiedermi se quello che sto facendo sia giusto o meno. Ma per ora questo non ha importanza.

‘Che diavolo vuoi, maledetto figlio di puttana. ’Gli insulti pronunciati dal suo accento russo mi divertono, e rendono la scena piuttosto singolare. ‘Io non so niente, pezzi grossi come questi di certo non vengono a dire a me cosa stanno facendo.’

Sbuffo, continuo a pulirmi le mani in modo calmo, studiato. ‘ Sei a conoscenza di tutto quello che succede, non sono estraneo al giro quindi non insultarmi e vieni al sodo. Non ho tutta la sera.’

Si guarda attorno, cerca forse una via d’uscita mentre il sudore scende, e le corde gli segnano il collo lasciando escoriature rosse.

‘ Non guardarti in giro, bastardo. La tua concentrazione deve essere solo per me.’

‘Vincent se n’è andato, io voglio sapere dove. Voglio sapere cosa trasportava il suo uomo, e per conto di chi. Voglio…’

‘Vai al diavolo, americano! ’ Sputa queste parole, insieme a metà del sangue che ha in bocca. Cerco di rimanere calmo, freddo, distaccato mentre gli copro la bocca col fazzoletto ormai rosso, e pronuncio le parole con voce molto più melliflua di quanto avessi voluto. ‘Hai sbagliato, Andrej. Forse posso fare qualcosa per riportarti alla ragione.’

Gli appoggio la canna della pistola alla gamba, vedo le sue pupille dilatarsi dalla paura e la testa muoversi per fuggire dalle corde, e dalla mia mano, senza successo. Premo con forza, perché il ferro trema come la mia decisione, ombre che danzano dietro a delle fiamme che stanno consumando tutto ciò che trovano lungo il loro cammino.

Non lo guardo negli occhi mentre premo il grilletto, perché non voglio vedere il dolore che lo attraverserà quando il suono dello sparo riempirà la stanza.

1.10. Passato - Atto X

Non esistono scelte giuste e scelte sbagliate, c’è solo il loro risultato ad attenderti, nascosto in agguato e pronto a saltare fuori in ogni momento, come una tigre che ha annusato la sua preda, letale e infallibile. Il corpo riverso sul pavimento aveva fatto di me il predatore, ma sarei presto diventato la preda di quell’immenso gioco omicida.

Avevo ucciso il sicario di Vincent, avevo risparmiato la vita di Ally.

Quando mi ero voltato e gli avevo puntato la pistola contro, la sua espressione sorpresa mi aveva rivelato che non si era aspettato una mossa simile… non sapeva della mia relazione, e questo mi dava tempo. Avevo trovato la speranza che mi aveva convinto a fare fuoco contro Boost.

Con la pistola appoggiata al fianco, la canna ancora fumante, fissavo la figura seduta di fronte al pianoforte, le guance rigate di lacrime e le mani appoggiate al grembo. Sembrava così debole…

‘Ally, dobbiamo andarcene… Ne verranno altri, appena scopriranno cos’ho fatto! ’cercavo di farle fretta, ma lei era ancora li, e piangeva. Forse era shockata… Forse…

‘Ally!’

‘Mi dispiace…Mi dispiace così tanto! ’ Mi guardava con quegli occhi che mi assorbivano, mi supplicava di capire, ma cosa? Cosa voleva dirmi?

Mi avvicinai pian piano, alzando la mano vuota per chiamarla mentre i dubbi si facevano largo tra il pandemonio di pensieri che mi affollavano la mente. ‘Andiamo… vieni con me…’

Ma c’era qualcosa. Non nei suoi occhi, non nelle sue mani, ma nell’aria. Un suono… tra i singhiozzi e le suppliche un rumore ancora più forte mi aveva raggiunto, e con la violenza di un proiettile che ti attraversa la testa compresi cos’era.

Sirene… sirene della polizia stavano arrivando da me, perché avevo ucciso un uomo, perché avevo sparato, perché… come sapevano…?

Non capivo, rimasi stordito senza riuscire a pensare, con l’unica certezza che mi abbagliava fino a rendermi cieco. Cieco come l’amore che ti strappa dalla realtà e ti scaglia in un mondo di sogni e di false speranze, togliendo ogni tua capacità di pensiero e giudizio.

‘…mi dispiace così tanto…’

Con le risate, con le lacrime, lei mi aveva tradito.

L’angelo aveva perso le ali, e mi aveva trascinato con sé nella buia discesa dell’inferno.

2. Capitolo 2

2.1. Passato - Atto I - Origine

La prima volta che uccisi un uomo non sapevo nemmeno impugnare la pistola. Era tardi, si era spenta ogni luce e ogni insegna, e le porte del caffè erano state ormai chiuse.

Ero rimasto solo con i miei problemi, uno sparviero in un mondo di cacciatori.

Uno sconosciuto mi aveva parlato dell’uomo che poteva risolvere ogni mio problema, e darmi tutti i soldi che mi servivano e in fretta, senza che qualcuno venisse a saperlo. Il suo nome, o almeno quello con cui era conosciuto in quel mondo, eraVincent.

Il mio migliore amico, invece, mi aveva messo in guardia dall’andarci o dal chiedere aiuto a persone di quel calibro, non ne sarebbe uscito niente di buono. Ma lui non poteva capire cosa provavo, e come mi sentivo, non avrebbe mai potuto capire.

La mia follia mi aveva dunque spinto a dubitare delle sue parole, e a credere a quelle di una persona schiva incontrata in qualche sobborgo dimenticato da Dio e da tutti, la stessa follia che mi avrebbe accompagnato diventando la mia insostituibile compagna di giochi.


Stava camminando tranquillamente, con la sua giacchetta firmata e le sue belle scarpe da qualche centinaio di dollari, coperto dall’arroganza propria degli intoccabili, o dei criminali.

Ma non c’è salvezza per chi trasgredisce alle regole, e lo sapevo bene.

Io non sarei mai diventato così… continuavo a ripetermelo mentre gli camminavo dietro, continuavo a ripetermelo anche quando gli saltai addosso con la lama del mio coltello, anche quando avevo visto i suoi occhi spenti specchiarsi nelle pozzanghere sull’asfalto.

Lui era feccia, in ogni caso si era meritato quella fine… non stavo uccidendo un uomo, stavo solo cancellando un piccolo tumore dalla città malata in cui vivevo.

Io non ero così, non lo sarei mai diventato… Me lo ripetevo ancora e ancora, mentre lasciavo cadere a terra l’arma e guardavo il grigio asfalto colorarsi, piano piano, di un rosso foriero di morte.

2.2. Pasato - Atto II

L’amore è una droga. Quando ne hai abbastanza i tuoi sensi si perdono, e ti ritrovi in un mondo completamente diverso, e se manca ne vuoi sempre di più. Ma quando viene a mancare, il contraccolpo può essere mortale.

Come in quel caso.

La polizia si stava avvicinando e le sirene erano sempre più forti, mentre io ero ancora lì che fissavo inerme le lacrime della donna che avevo amato. Se non mi avessi dato una mossa, mi avrebbero preso, qualunque fosse la ragione.

Repressi l’impulso di urlare contro Ally, e mi avvicinai alla finestra. Vedevo le macchine, fra qualche secondo mi avrebbero raggiunto e le scelte sarebbero state solo due: l’arresa o la sparatoria.

Il secondo caso non avrebbe portato a buoni risultati.

La terza scelta era di prendere in ostaggio lei, ma non ci riuscivo, non era un’opzione valida, e mentre mi avvicinavo alla finestra sul retro cercavo di non degnarla di uno sguardo, come un ladro che distoglie la vista dalle manette incatenate ai suoi polsi.

‘Non andare!’ La sua voce era rotta dal pianto, disperata. Volevo urlare, contro tutto. ‘Ti prego, non andare! Non farlo…’ il suo sguardo mi implorava di rimanere, ma non per lei. Era qualcos’altro…

‘Ally… Tornerò da te, non dimenticherò quello che hai fatto. Voglio sapere perchè. Perché mi hai ingannato per tutto questo tempo.’

E mentre lei gridava il mio nome, giurando su ogni cosa che non lo aveva mai fatto, che mi aveva davvero amato, io aprii la finestra e saltai fuori, privo di speranza e con tutto il corpo che bruciava, un dolore enorme per chi era appena stato strappato dal suo sogno.

Ma le scelte sbagliate, il non saper parlare, e la morte che mi inseguiva ad ogni passo, erano i segni dell’essermi risvegliato da quel sogno soltanto per ritrovarmi immerso in un enorme incubo.

2.3. Passato - Atto III - Origine

Strappare la vita ad un uomo ti cambia, e in peggio. Le cose cominciano a perdere di significato, tutto diventa piatto e l’unico modo per non impazzire è mantenere un distacco emotivo, un modo efficace per rendere più facile l’omicidio successivo.

Il whiskey di quella sera aveva il gusto del sangue.

Stavo muovendo lentamente il bicchiere, facendo sbattere i cubetti di ghiaccio tra loro, quando si sedette di fianco a me l’uomo che indicava le mie vittime, un angelo della morte che non voleva sporcarsi il suo vestito da qualche migliaio di dollari.

Non ricordo esattamente le sue parole, né il luogo in cui mi stava mandando, ma rammento perfettamente il nome della vittima, Stephan Reiner. Lo ricordo perché avevo cenato nel suo locale, e avevo parlato spesso con lui e con la sua famiglia…

Non mi era sembrato un impresario corrotto, tanto meno un uomo pericoloso, ma le apparenze potevano ingannare, così come le convinzioni

Soprattutto le mie, ma l’avrei capito troppo tardi.

Quando entrai nell’appartamento di Reiner (era da solo, i miei mandanti avevano studiato i suoi movimenti) mi aspettai le solite implorazioni, la disperazione e le menzogne per sfuggire al sicario venuto per ammazzarlo, ma questa volta era diverso.

Nei suoi occhi non vedevo bugie, o corruzione… erano tristi ed imploranti, non pietosi e malati.

Non ero preparato a quello spettacolo. Lui non sembrava come gli altri, non sembrava feccia.

La mia convinzione cominciava a vacillare… l’unica cosa che in quelle notti riusciva a muovere il mo (sic) mio braccio e a sparare era sapere che quello che avevo di fronte meritava la morte, come la meritavano quelli per cui lavoravo. Reiner non poteva essere innocente, era semplicemente una persona che mascherava bene le sue colpe. Doveva essere così.

E se…

Lo gettai dalla finestra, dal quarto piano di quel palazzo.

Ricordo il suo urlo, il rumore acuto dei vetri che si rompevano e il tonfo sordo del corpo sull’asfalto.

Guardavo giù, mentre la mia coscienza cominciava a sgretolarsi, e la paura si faceva strada nel mio corpo. Forse non meritava la morte, forse non era come tutti gli altri.

Se fosse davvero stato così, tutto ciò che pensavo avrebbe cominciato a perdere di significato, sarei diventato feccia, avrei meritato io la morte. Perché avevo ucciso un uomo che non doveva morire.

Tutt’ora non so se la ragione fosse dalla sua parte, o dalla mia, non importa… quella sera, dentro di me, tutto aveva iniziato a sfaldarsi, le domande avevano preso il sopravvento di fronte al cupo cinismo che mi aveva retto fino a quel momento, ed ero diventato un immenso castello di carte le cui basi avevano cominciato a cedere.

2.4. Passato - Atto IV

Dopo un periodo in cui lei mi aveva riportato in vita, era infine giunta l’ombra a prendermi, ma se è vero che tutto ciò che fai in vita ti torna indietro, forse era la giusta conclusione.

No, non lo era, perché nessuno aveva ancora messo la parola fine.

Avevo bisogno di risposte, ma prima ancora avevo bisogno di un luogo sicuro dove cercarle. Nelle vicinanze della casa di Allyc’era un bar, il Moonlight Girls , e il suo nome non derivava di certo dalla gentilezza delle cameriere.


Diedi una mancia poco cospicua al tassista che mi aveva portato fin lì, e con le sue lamentele di sottofondo entrai, facendomi largo tra due buttafuori il cui aspetto era tutt’altro che amichevole.

La pericolosità di un locale non si riconosce dai muscoli degli uomini all’esterno, men che meno dalle espressioni tutt’altro che simpatiche delle persone che ti osservano mentre cammini. La pericolosità si vede dalla presenza di armi di chi sta entrando, dalla mancata perquisizione. In posti simili la presenza di ferri implica solo che, se vieni considerato spazzatura, una pallottola nella schiena potrebbe far finire prematuramente il tuo momento di pausa.

Con un sospiro mi avvinai al bancone e ordinai un whiskey doppio. Se proprio dovevo morire, preferivo farlo con un po’ di alcohol (sic) alcol in corpo.

Mentre bevevo vidi le luci abbassarsi, e la sala farsi silenziosa. Lo spettacolo era iniziato, e se la fortuna non mi aveva completamente abbandonato ci sarebbe stata anche la mia via di fuga preferita.

In uno scroscio di applausi, e qualche commento non proprio elegante, fece la sua entrata in scena Miss Melody. Non che il nome importasse, dopotutto. Lei era l’unico motivo per cui delle persone entravano all’interno di un cupo locale in una giornata di sole rovente.

Mentre le luci si muovevano con una scoordinazione patetica, la vista era sollevata dai movimenti aggraziati e sensuali della ballerina, una danza che ti obbligava a seguirla, curvature e svolte riempivano gli occhi mentre si toglieva lentamente tutti i vestiti per l’orda che stava fischiando ed acclamando davanti a lei. Nonostante tutto, lei era sempre la più desiderabile, la più bella.

Quando Miss Melody rimase con solo un minuscolo pezzo di tela, mi avvicinai al barista :‘Dopo lo spettacolo, devo parlare con lei.’ Indicandola. ‘Tutti vogliono parlare con lei. Non si può fare, mi spiace’ disse con l’aria di chi è tutto fuorchè dispiaciuto. ‘Forse non mi sono spiegato ’ lo rimbeccai con un sorriso sardonico, mentre mettevo svariate decine di dollari sotto il bicchiere. ‘Forse, se tu le dicessi il mio nome, lei ti direbbe di lasciarmi entrare…’

2.5. Passato - Atto V - Origine

Ero entrato in un vortice di rabbia e morte, un ammasso di sensazioni prive di logica, che mi strappava dalla realtà e mi gettava in una buia caverna nel più profondo degli inferi. I giorni si alternavano senza sosta, tra una bottiglia d' alcohol (sic) alcol e un colpo di pistola, ed ero ormai diventato esperto nel far scomparire persone ritenute scomode. Scomode per il mio mandante. Scomode per un criminale.

Non riuscivo a capire chi meritasse di morire, e chi invece di vivere, forse non l’avevo mai capito… andavo avanti per paura, per saldare un debito, e perché non sapevo cos’altro fare.

Ero un debole, preda dei propri dubbi e delle proprie paure. Mi facevo schifo.

Incontrai Allyad una festa. Ricordo i miei occhi spenti, allo specchio, prima di uscire dal bagno, col cadavere sistemato dentro uno degli stanzini e io che mi lavavo le mani dal sangue, un surreale disegno di un artista malato. Quando varcai la porta, mi ritrovai i suoi occhi davanti, limpidi e accesi, contornati da lisci capelli castani il cui riflesso copriva le luci sopra di noi. Rimasi fermo come un idiota, mentre sentivo le mie mani sporche, il vestito appesantito dal rosso di quella sera, e la voce dell’uomo che mi implorava di lasciarlo vivere mentre lo bloccavo al muro. Mi sentivo sporco sotto quegli occhi così limpidi…

Non sapevo chi era, non la conoscevo… eppure mi rimase impressa a fuoco.

Me la presentarono, parlammo un po’, riuscivo a tenere testa alla conversazione nonostante la mia mente fosse un mare in tempesta, non distolsi lo sguardo da lei neppure quando un uomo uscì dal bagno urlando, e la folla si agitò per la presenza di un cadavere. In quel momento non importava…

Pensai molto a lei, nei giorni successivi, dopo molto tempo riuscivo a provare qualcosa che non fosse apatia o dolore, in un insieme di dubbi ero riuscito finalmente a trovare qualcosa di concreto, e decisi di non farmela sfuggire, di rimanere aggrappato con tutte le mie forze per non ricadere.

Probabilmente avevo solo deciso di scambiare un’ossessione con un’altra, molto più dolce. Era un giusto prezzo, per un sogno che non sarebbe durato.

2.6. Passato - Atto VI

Il suo vero nome era Candice. Miss Melody era solo un nominativo scelto per tenere alto il morale della massa di animali che c’era fuori dal suo camerino.Non che necessitasse di essere chiamata in qualche modo strano per attirare l’attenzione, ma aveva bisogno di un nome, lo richiedeva il suo lavoro e il suo pubblico.

Lei era cambiata completamente, lo si notava soprattutto in questo. Perché prima non aveva alcun nome che potesse essere usato nel suo lavoro. Come non lo avevo io.

‘Vincent ti ha tradito? ’ la sua voce palesava una divertita ironia che trovavo abbastanza irritante. Ma Candice era così. ‘Forse è più giusto dire che voleva liberarsi di qualcosa che non trovava utile. Il tradimento è un rapporto di fiducia, voi non ne avevate’ .

Aveva ragione, naturalmente, ma questo non mi faceva sentire meglio. Chi può stare meglio, nel sentirsi dare della spazzatura?

Non le avevo ancora parlato di Ally, avevo preferito tenerlo per me, almeno fino a quando non avessi trovato una risposta. Per ora, dovevo prendere il controllo della conversazione, e convincere Candicea darmi una mano. Non dovevo farle capire che ero disperato.

‘Non mi interessano le sfumature… E non interessano nemmeno ai poliziotti che in questo momento mi stanno cercando.’

Mi guardò con velato interesse, e continuò a sistemarsi i capelli color oro.

Dopo una pausa, dandole le spalle, le chiesi aiuto, un posto dove stare mentre si calmavano le acque.

‘Potrei rimanere qui, non credo sappiano che siamo ancora in contatto… Oppure a casa tua.’

Sentii che si stava alzando, e riponendo la spazzola. I suoi passi erano il rumore della risposta che mi dava il destino, se morire in silenzio o cercare di fare qualcosa. Non avrei avuto un altro posto, se mi avesse rifiutato.

‘E’ pericoloso. ’ Mi girai verso di lei, per guardarla negli occhi.

‘Molto pericoloso…’ mi afferrò la testa e mi baciò, premendomi contro la finestra, un bacio forte e violento.

Violento come la mia vita, come tutto ciò che mi circondava e mi rapiva, violento come la persona che lei aveva scelto di non essere, come la persona che ero.

Mentre si staccava, mentre la fissavo per capire cosa intendesse fare, lei sussurrò: ‘Deve essere divertente… ’e si allontanò.

Non capii cosa ci fosse di divertente, ma Candice era così.

Attratta dal pericolo.

Sperai solo di non averla portata in un pericolo più grande di lei, ma avevo bisogno di un aiuto. Ad ogni costo.

2.7. Passato - Atto VII - Origine

Cominciai a frequentare Ally occasionalmente, nei momenti in cui la vita sembrava molto più nera di quanto non dovesse essere. Ero un’auto impazzita che correva in una strada circondata solo da campi abbandonati, senza una vera destinazione, un’auto che aveva bisogno di benzina per poter ripartire e correre.

Avevo trovato un luogo in cui poter riposare…

Non mi aveva mai chiesto cosa facevo per vivere, né dove abitavo o chi frequentavo, sapeva solo il mio nome e questo le bastava. Adoravo quando lo pronunciava, lo sentivo meno distaccato e vuoto di quanto lo ricordassi, molte volte andavo a trovarla solo per sentirlo uscire dalle sue labbra.

Nemmeno io chiesi mai chi fosse lei, avevo paura di farlo. Rischiavo domande a cui non avrei potuto trovare una risposta. Rischiavo risposte che avrebbero potuto fare più male che bene. Svolgendo il lavoro per Vincentavevo imparato che l’ignoranza in casi come questi è un bene, e che le cose mutano sotto agli occhi di chi cerca di scoprire la verità sulle persone che ha attorno.

E così, prima di andare da lei, uccidevo, e con ancora il peso della pistola nelle mani bussavo alla sua porta ed entravo in quel mondo che non mi apparteneva, cercando di prendere il più possibile prima che fosse troppo tardi.

Perché niente di bello era mai durato in una città che faceva della morte e della corruzione il suo cavallo di battaglia.

2.8. ottavo

Candice aveva lavorato per Vincent.

In un altro tempo, in un autunno che aveva ancora foglie da perdere, lei si aggirava in una città caotica e indifferente per mietere tutta l’erba cattiva. Non per la società, o per gli indifesi, ma per il suo capo. Nessuna nobile causa.

Era la sua prediletta, io stesso avevo imparato da lei perché era la migliore. Fu quindi un grave colpo, per Vincent, quando lei si innamorò di un uomo, un semplice pescatore, e decise di abbandonare il suo lavoro. Era più felice di quanto l’avessi mai vista, e quando se ne andò le augurai tutta la tranquillità e la gioia che potessi immaginare.

Non era bastato, forse non ne immaginavo abbastanza. Quando il mare si prese il futuro marito, venne da me a piangere, a sperare e a pregare perché un qualunque Dio gli riportasse l’uomo sano e salvo. Era così debole…

Non poteva riprendere il ruolo da assassina, perché il suo cuore aveva ricominciato a battere da quando aveva conosciuto quel semplice pescatore. Decise quindi di trovare un lavoro che la tenesse lontana da tutto nell’attesa che lui tornasse, che comparisse dalla porta di quel bar per dirle, con le lacrime agli occhi: ‘ Candice… Sono tornato…’.

Dopo anni, aveva perso quella strana ma affascinante luce negli occhi, aveva forse perso la speranza di rivederlo e le sue giornate si susseguivano monotone e prive di un qualunque scopo degno di essere chiamato tale.

A guardarla, in quel momento, seduta sulla sedia ad ascoltare ciò che mi era successo, sembrava aver ripreso una parte della vitalità che la contraddistingueva, la voglia di vivere o di morire, che era sempre meglio di non saper cosa fare della propria vita.

Ha sempre voluto rischiare, Candice … Forse avevo commesso un errore di valutazione, nel chiedere il suo aiuto, ma a quel punto non potevo farmi troppe remore.

2.9. nono

Mi attaccai sempre di più a quella vita, cercando di rimanere sveglio nel sogno lucido che stavo vivendo. La sensazione di aver smarrito la strada, di aver sbagliato tutto, era sempre più grande, e solo la paura di non essere abbastanza forte per cambiare mi teneva legato al mio incubo.

Cominciai a rivedere alcuni degli amici che avevo abbandonato, solo quelli che me lo permettevano, e non davo mai alcuna spiegazione. Dovevano prendermi per quello che mostravo loro, perché quello che ero non l’avrebbero mai accettato.

Rimase solo lui, il mio migliore amico, compagno di innumerevoli bevute al bancone di un bar, figlio della gentilezza e del sorriso. Mi trovavo bene con lui, sembrava desiderasse mostrare che il mondo conteneva ancora qualche sprazzo di luce.

Nel periodo in cui non c’ero si era sposato con una donna, a detta sua, bellissima, e smaniava di farmela conoscere. Decisi fosse una buona idea.

Mi sbagliai, ancora una volta.

A quella festa, tra decine di persone dai sorrisi finti e gli sguardi inebriati dall’ alcohol (sic) alcol , incontrai la moglie del mio amico.

Ally.

Nonostante fossi abituato a mentire, faticai a mantenere il controllo quella notte, mentre lei mi sembrava solo leggermente stupita, come divertita dal fato e dall’avermi scoperto amico dell’uomo che avrebbe dovuto amare.

La risata beffarda di un essere che scriveva il corso delle vite mi perseguitò per molto tempo, fino a quando non decisi di smettere di vederla. Il mio lavoro stava per finire, e le mie colpe cominciavano a diventare vecchie compagne di giochi che non permettevano altre conoscenze.

Sentii quella risata, nella mia testa, anche il giorno in cui lei mi tradì.

2.10. decimo

Eravamo passati davanti al proprietario del Moonlight Girls, un grasso amante dei racconti a luci rosse e delle serie televisive dalle puntate apparentemente infinite, per uscire nel retro, dove l’aria odorava di marcio.

‘Se rimaniamo troppo in questo posto, rischiamo di non levarci più questa merda dal naso…’affermò Candice, una macchia bionda nel grigio.

Mi soffermai a guardare il luogo a cui eravamo arrivati, un ammasso di fango e immondizia, di liquidi strani mischiati ad acqua. Non c’era anima viva, si sentivano solo i rumori provenire dall’interno del bar e dalla strada vicina.

Per questo, quando sentii un rumore lì vicino, mi voltai di scatto, teso, solo per scoprire che un gatto randagio cercava i resti che gli appartenevano.

Era la sua zona, il suo dominio, ma era troppo impaurito per attaccare noi intrusi.

Cacciava in mezzo alla melma, tra i rifiuti e lo sporco. Vicino, si era creata una pozza d’acqua, o almeno speravo lo fosse, che rifletteva le poche nuvole bianche che coprivano il cielo azzurro, un insieme di marciume e bellezza senza tempo.

Rimasi fermo a guardare, fino a quando Candice non mi diede una scrollata.

‘Si, hai ragione. Dobbiamo andare…’

Non vidi più il gatto, se n’era andato.

3. Capitolo 3

3.1. Passato - Atto I

Quella che stavo vivendo era una delle giornate più brutte che mi fossero capitate. Un vago mal di testa cominciava a farsi strada tra le varie preoccupazioni che non mi davano tregua, un modo poco originale con cui il mio corpo mi avvisava che qualcosa non andava. Sapevo perfettamente cosa non andava, non serviva che qualcuno me lo ricordasse.

Candice aveva recuperato delle armi da un suo “amico”, che suonava tanto come “piccolo trafficante”, e mi aveva proposto il suo piano, che era probabilmente meno folle di quanto pensassi… Un po’ troppo semplice per poter funzionare, forse.

‘Rapirai Ally? ’la voce tradiva il mio scetticismo.

‘Già… cercano te, non una ragazza. Se la tengono sotto controllo, dovrei riuscire a prenderla. E’ solo una patetica femminuccia, no?’

L’aggettivo mi urtava, ma dovetti ammettere a me stesso che aveva regione, e in ogni caso non dovevo avere remore, lei era diventata il nemico. Bizzarra la vita.

‘Si… non dovrebbe essere un problema… solo…’

‘Cerca di non farle male? ’ secca e decisa, la bastarda… ‘Scordatelo. Se posso, le faccio male, dolcezza.’

‘…solo cerca di stare attenta…’ Mi accesi una sigaretta, inspirando bene il fumo. Pensavo comunque di non avere abbastanza tempo per morire di cancro.

Candice prese un paio di pistole, nascondendole sotto il cappotto, e si scostò una ciocca di capelli dal viso, portandomi una ventata del suo odore, un dolce profumo che si faceva strada tra lo smog e lo sporco.

La guardai uscire, con quell’impermeabile dai colori smorti e quei capelli così biondi da sembrare lucenti… difficile pensare che una ragazza come quella che avevo davanti agli occhi potesse essere armata. Impossibile pensare che fosse così pericolosa.

Avrei lo stesso cercato di coprirla, ma non dovevo preoccuparmi. Lei era stata una delle migliori, e lo sarebbe stata per molto tempo ancora.

3.2. Passato - Atto II

Sangue. Non sarei mai riuscito a liberarmi di quel colore, di quell’odore, del sapore di ferro e della sensazione di sporco indelebile che mi aveva accompagnato per così tanto tempo. E ora, vederlo colare dalle labbra della donna che amavo mi dava una strana sensazione. Ribrezzo? Paura? Potere?

No, era vendetta. Vendetta, che lascia sempre l’amaro in bocca, con la paura di aver percorso la strada sbagliata una volta di troppo.

Candice aveva mantenuto la parola, le aveva fatto male, e ora Ally era davanti a me legata ad una sedia, con la guancia ferita da un pugno secco e un labbro tagliato.

‘Perché?’non pensavo ci fosse bisogno di precisare.

‘Perdonami… ti prego… ’piangeva, silenziosamente. Candice si stava irritando, dovevo farla parlare senza torturarla. Non sarei riuscito a farle del male, o almeno era quello che speravo.

‘Se parli, sarà più facile per tutti. Partiamo dalle cose più facili… perché voleva incastrarmi, Vincent?’

Mi guardò, quasi con pena. ‘Non voleva incastrare te. Non sei mai stato importante per lui… Voleva solo qualcuno a cui scaricare la colpa. A cui far fare il lavoro sporco.’

Non capivo, si intuiva dalla mia espressione. Non ero importante? E allora perchè…

Concluse lei, inaspettatamente, come se mi avesse letto nella testa mi svelò il motivo per cui ero ricercato, senza casa, disperato, un motivo che credevo nato per il mio lavoro, la giusta punizione per chi aveva una vita come la mia.

‘Boost era un poliziotto. Infiltrato per incastrare il più grande trafficante della città. Ha dovuto ammazzarlo prima che scoprisse qualcosa, facendo cadere la colpa su qualcuno che non sia lui.’

Ci fu silenzio, poi. Non una mosca, non un alito di vento dalla finestra, non una lacrima.

Solo silenzio, nella mia voce come nella mia testa.

Il mio nome non valeva la carta su cui era scritto, la mia vita non valeva il piombo che le avrebbe posto fine. I miei occhi non valevano l’amore che vedevano.

No, non era amore. Lei. Ally. Perché?

3.3. Passato - Atto III

Cercò di muovere la testa per spostarsi i capelli dal volto, ma legata in quel modo non ottenne molto successo. Si limitò quindi a piangere silenziosamente, lo sguardo basso.

‘Vincent mi controllava… sapeva che non mi avresti uccisa, sapeva che l’amore ti avrebbe reso… lui disse ‘stupido’… io sapevo che l’amore ti avrebbe reso ‘umano’…’

La guardavo senza dire niente, preferivo aspettare la fine. Candice, però, cominciava ad essere irritata, sbuffava e batteva i piedi.

Ally se ne accorse, perché tagliò corto.‘Io ti amavo… ti amavo davvero tanto…’

‘Non pronunciare il mio nome…’

‘…è colpa tua... hai deciso di abbandonarmi, hai deciso che io sarei stato meglio con mio marito! E quando Vincent ha minacciato di ucciderlo... non volevo rimanere sola…’

Fu Candice a prendere la parola, questa volta, perché io non riuscivo a parlare.

‘Lui ha deciso di lasciarti, e tu ti sei vendicata fottendolo in questo modo? Spiegami bene, perché non riesco a capire…’

Il suo disprezzo era palese, come l’ira negli occhi di Ally.

‘ Ovvio che non puoi capire… avrei perso tutte le persone più importanti... L’uomo che amavo sopra ogni cosa se n’è andato, l’uomo che mi amava sarebbe stato ucciso! Ho dovuto fare una scelta…’.

Scelte.

Tutto aveva sempre girato attorno a delle scelte. Di vita sbagliata, o di amori impossibili, abbandoni e omicidi… quella volta, era stata lei a scegliere. Aveva scelto di non rimanere sola, di non perdere tutte le persone che l’avevano amata. Non potendo giudicare i suoi pensieri, scelsi quindi di giudicare la mia condanna a morte.

‘Ally… Portaci da Vincent.’

3.4. Passato - Atto IV

Nonostante gli occhi pieni di paura, Allyammise di sapere dove si trovasse il più grande malavitoso della città. Mi chiese di non andare, di scappare in un’altra città, ma non presi in considerazione la proposta.

Mi avviai verso il magazzino di stoccaggio del porto, trascinando con me anche lei, Candice venne invece di sua spontanea volontà. Quella donna era un mistero, non capivo se lo facesse per me, per se stessa, o per un motivo di cui ero ignaro, un grazioso e terribile vaso di Pandora… in ogni caso, la sua presenza mi faceva sentire più sicuro e controllato, sapeva come funzionava il gioco e come condurre le danze.

Avevo con me l’angelo dai capelli scuri che mi aveva tradito, e il biondo diavolo che mi stava salvando, ironici ossimori per la conclusione di una storia di morte e sangue raccontata solo dal vento.

No, non volevo rimanesse dimenticata e sconosciuta. Avevo deciso di dare una svolta a tutto… chiamai così la polizia, per farla arrivare in quel luogo, perché per alcuni la prigionia e la perdita dell’impero possono essere peggiori della morte. Le persone, tremanti nei loro piccoli nascondigli, dovevano sapere che il terribile signore della morte di questa città non era altro che un uomo, e che come tale anche la sua vita poteva finire, in un modo o nell’altro.

Quando scesi dall’auto, e osservai con occhi spenti quei capannoni desolanti rischiarati dalla luna, Candice mi sbattè sulla porta dell’auto e mi lasciò l’ultimo bacio, focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno.

‘ Questi non sono gli occhi di qualcuno che vuole sopravvivere a questa notte… ’ sussurrò alle mie labbra. ‘Qualsiasi cosa accada, ricordati che lei ti ha tradito. Tu sei più importante di lei.’

Si staccò, togliendo il suo profumo dall’aria, e con un sospiro compresi quanto le sue parole fossero vere, quanto fossero pericolose.

Impugnai la pistola e portai di peso la donna che amavo ancora, avvicinandomi all’edificio in cui, speravo, avremmo posto fine a tutto.

3.5. Passato - Atto quinto

Entrare non era stato un problema, e se fosse arrivata la polizia non lo sarebbe stato neppure uscire. I pochi uomini di guardia non ci avevano notati, complice forse la notte, la stanchezza o l’inutilità di quei fantocci.

L’interno mi aveva lasciato sorpreso, sbalordito. Come l’inferno era il luogo in cui si ammassavano tutti i diavoli, così in quel magazzino erano accatastate più armi e munizioni di quanto potessi contare, un intero arsenale in grado di tenere a bada un esercito, o di armarlo

Fu in quello scenario da guerra che tutti udimmo la voce dell’uomo a cui eravamo legati, per cui Candice si era allontanata, per cui Ally aveva tradito, per cui io avevo odiato, la voce di Vincent che si faceva strada tra le casse e le mura, entrando con la prepotenza di una pallottola nella mia testa, portando via la calma con lo stesso modo in cui il sangue gronda sul cemento.

‘Sapevo che saresti tornato, dopo essere scappato in quel modo…’ la sua risata divenne incredula. ‘E chi vedo! Candice! O devo dire miss Melody? Ma non eri finita a fare la puttana in un bar?’

Ci girammo tutti lentamente, Allyera diventata di ghiaccio sotto la mia mano, mentre il respiro di Candice si era fatto affannoso. Avevamo di fronte tre uomini che ci puntavano contro le loro armi, mentre lui, con la sua giacchetta da qualche migliaio di dollari e i suoi modi sfacciatamente altolocati, se ne stava fermo a guardarci con aria di superiorità.

‘Vincent…’

‘Vedi, il mio errore è stato di non farti seguire da qualcuno per eliminarti, nel caso le cose fossero andate storte… Hai pisciato troppo fuori dal vaso, e per uno del tuo mestiere questo è un errore gravissimo, dovresti saperlo. E quando si fa il tuo lavoro, non si torna indietro.’

Non si torna indietro. L’avevo sempre saputo, ma avevo voluto andare contro tutto e tutti, contro una città senza santi e senza angeli, illuso com’ero dal mio desiderio di cambiare vita. Non sarei mai potuto scappare, su questo aveva ragione.

Estrarre la pistola, o attendere il colpo…

Non sarebbe dovuta andare così, avremmo dovuto prenderlo noi alla sprovvista, lui non poteva sapere che saremmo arrivati!

Non poteva sapere.

Il vortice di pensieri fu interrotto dal tempestivo arrivo della polizia, che si riversò nel magazzino come uno sciame d’api.

3.6. Passato - Atto VI

‘Hai fatto un piccolo errore di valutazione, Vincent…Sei fottuto.’

Sei poliziotti armati avevano fatto irruzione e si erano appostati attorno a noi. Avevo appoggiato la pistola lungo il fianco, e lasciato andare il braccio di Ally.

Candice però non mostrava la mia sicurezza… perché?

La stachezza, la tensione e un sacco di altre sensazioni mi avevano nascosto quello che lei aveva visto, i poliziotti non stavano puntando le armi contro di loro. Stavano aspettando.

Vincent prese parola. ‘Mi chiedo come tu sia riuscito a finire sempre i lavori che iniziavi… Non mi sembri così sveglio. Guardati un po’ intorno, e cerca di cogliere la piccola sfumatura di ironia che c’è nell’aria.’

Un passo avanti, alzò la pistola.

‘La polizia è mia. Tutto quello che vedi, è mio. Anche la tua vita lo è.’

Ovvio che sapeva del nostro arrivo, l’aveva informato il corrotto braccio della legge, ci eravamo scavati una fossa con le nostre mani sottovalutando lo smisurato potere che aveva su tutta la città. Non che servisse, averlo capito in quel momento… eravamo morti.

‘Strana la vita, vero?’ il suo sorriso beffardo fu l’ultima grigia cosa che vidi, perché quando la sua pistola fece fuoco la mia vista esplose in una miriade di sfumature di rosso e di caldi colori, quando Ally venne colpita al collo, comparendo dal nulla e prendendo lei la pallottola che mi avrebbe ucciso.

Quando crollò contro di me, nell’odore del sangue e del profumo che la distingueva, le lacrime rosse che vedevo si persero nel suo viso, portando via l’ultimo fiato di vita.

Il corpo cadde a terra, con un tonfo sordo.

Divenne tutto scuro, molto più scuro… Mi ritrovai in ginocchio, tenendo la mano di Ally.

Giungeva solo la voce di Vincent, che esortava Candice ad uccidermi, con la promessa di riprenderla al suo servizio. Strani giochi…

Alzando gli occhi ebbi la conferma di come lei non si arrendesse mai. Di come fosse sempre stata la più forte. Mi guardò, puntando l’arma sopra la mia testa, verso le munizioni dietro di me. Sarebbe stata l’unica sua occasione per fuggire,e per portare la vendetta per noi anime perse in una città troppo grande.

Annuendo con la testa, mi arrivò flebile la sua voce, ‘ fanculo Vincent’.

Tutto esplose, strappando la mia coscienza dal corpo abbandonato.

E, per la prima volta, morii, portando con me il calore della mano di Ally e il biondo dei capelli di Candice in un cremisi affresco di una notte dimenticata.

3.7. Passato - Atto VII

Mi risvegliai dal coma otto mesi dopo, in un letto d’ospedale. Ero un uomo qualunque, uno sconosciuto tra quelle bianche mura, e svuotato com’ero finsi di non ricordare niente di me, di non sapere la mia provenienza e il mio nome.

Iniziarono a chiamarmi Michael.

Cominciai a riprendermi, a tornare in forze e a riuscire a muovermi, ma continuavo ad avere un mal di testa terribile che mi colpiva in vari momenti della giornata. Non mi importava, dovevo uscire in fretta, avevo delle cose da fare.

Mi informai su quello che era successo… O meglio, su quello che i giornali raccontavano.

Al porto c’era stata un’esplosione a opera di qualche trafficante clandestino, e la polizia aveva trovato solo un cadavere, ma per me non fu necessario leggere il nome per sapere la sua identità. Per loro io invece non ero presente, nessun ferito tra le macerie, niente di niente…

I medici dissero che ero stato trovato davanti alle porte di ingresso, nessuno era mai venuto a farmi visita e nessun fiore era rimasto ad appassire vicino al mio letto.


Me ne andai quando un’infermiera mi portò un biglietto, lasciato sul suo tavolo..

Aspettavo ti riprendessi. Se vuoi vedere la conclusione di tutto, vieni da lui.
Candice

Lui. Vincent. Quel figlio di puttana stava avendo sempre più potere, la sua mano cominciava a stendersi troppo al di fuori di questa città. Con la testa che mi scoppiava me ne andai dall’ospedale, e cercai di risalire a lui, o a Candice, seguendo i contatti che conoscevo e i corrotti che potevano avere un qualunque rapporto con lui.

Per alcune persone, la morte era l’unica soluzione.

3.8. Presente - Atto VIII

Dopo averlo torturato, Andrejha parlato. Lo fanno tutti.

L’unico problema è stato il tempo, un cappio attorno al collo che più viene tirato e più ti avvicina alla morte, una corda che non riesci a togliere nemmeno con tutta la buona volontà di cui sei capace. Le informazioni che mi ha dato non sono complete, ma stavano arrivando i suoi uomini, e non potevo rimanere a chiacchierare col russo.

La chiesa che ho di fronte non è vuota, nonostante l’orario, e qualche anima persa entra o esce da questo angolo di effimera salvezza. Poso il libro che avevo preso dall’appartamento di Andrej, un racconto giallo di un qualche sconosciuto scrittore dimenticato da tutti, e mi preparo ad entrare nell’edificio, forse posso concedermi una pausa.

Dentro è quasi vuoto, le piccole fiamme delle candela muovono le ombre dei fedeli come creature impazzite dando un senso di irrealtà e ansia a tutto. Come ogni volta che entro in chiesa, mi sento fuori posto, io inadatto a lei o lei inadatta a me, una piccola e insignificante sfumatura.

Mi avvicino al confessionale, passando accanto ad una vecchia il cui sguardo è pieno di malizia e avidità, ed entro nello stanzino che copre il rumore delle mie scarpe, il suono della mia voce, la vista dell’ipocrisia seduta a qualche metro da me.

‘Salve, figlio mio… Dimmi tutto. ’ La voce del prete è calda, suadente

‘Mi dispiace, padre, perché ho peccato.’

‘Da quanto non ricevi la confessione?’

‘Ogni volta mi manca il tempo…’

‘Cosa vuoi che siano 10 minuti della tua vita, di fronte all’eternità della tua anima?’.

Touchè.

‘Ho peccato, padre. E non penso che lei possa assolvermi…’

‘La bontà è il sentimento più grande… Parlami delle tue pene.’

Silenzio. Guardo attraverso la grata, il suo profilo è spigoloso, ma calmo.

‘Ho ucciso molte persone. Ho tagliato molti rami. ’ Sono molto più freddo.

‘Mio Dio… ’la voce del prete trema, ora.

‘Ho ucciso Delgado, ho lasciato in fin di vita Andrej.’

Il suo respiro si fa affannoso. Comincia a tremare. Tengo la voce calma e calcolata.

‘E ora sono qui, padre’ marco il tono su quest’ultima parola. ‘..perchè lei mi serve.’

Il prete alza la voce, forse qualcuno al di fuori riesce a sentirlo.

‘Come osi? Come osi venire a minacciare un prete nella sua casa!’

Punto la pistola alla grata, sbattendola, e lo guardo negli occhi semi-nascosti dal ferro.

‘Non è la vostra casa. E ora, mi segua… cosa vuole che sia una notte della sua vita, di fronte all’eternità dell’inferno?’

3.9. Presente - Atto IX

Il prete, paradossale sottoposto di Vincent, mi ha indicato dove dovrebbe essere il suo capo, e anche piuttosto velocemente. Che potessero sfruttare una chiesa per lo smercio di materiale illegale è un’idea che non mi è balzata subito alla mente, ma abbastanza ovvia.

Lasciato svenuto a qualche isolato di distanza, mi avvicino al palazzo incriminato. Se sono fortunato, Candice è già li. In caso contrario, solo un miracolo può farmi concludere questa notte nel migliore dei modi.

Getto il resto della sigaretta sull’asfalto e mi avvio dentro l’edificio. Arrivare ai piani alti non è faticoso, mi basta evitare quelle persone che stanno correndo all’impazzata giù per le scale e nei corridoi. Non chiedo cosa succede, non fermo nessuno di loro, perché sono stato baciato dalla dea della fortuna. Candice è qui.

Percorro in fretta quegli spazi ormai deserti e comincio a sentire i rumori degli spari… devo accelerare il passo, devo essere più veloce delle pallottole che potrebbero colpirla. Una vita lasciata a morire, una vendetta che si consuma nel punto più alto di una città che ha macchiato nel sangue le ragioni e le speranze di tutti coloro che hanno desiderato slegarsi dalla sopravvivenza e dalla paura…

Questa notte cadranno in molti.

Vedo dei lampi di luce, un paio degli uomini di Vincent stanno sparando all’altro capo del corridoio. Mi avvicino, coperto dal rumore delle pistole, e sparo due colpi ad entrambi senza lasciar loro il tempo di reagire, sapendo che non sarò certo a corto di pallottole. Ce ne sono in abbondanza…

Afferro le loro armi e controllo dall’altro lato, nessuno in vista. Chiunque avesse sparato, e desideravo fosse davvero Candice, è già proseguito oltre. Non posso farmi attendere, odio arrivare in ritardo.

Passo sopra ai due cadaveri e mi avvicino alle scale che portano all’ultimo piano, dove una macchia di sangue si sta seccando sul pavimento, segnale che qualcuno era stato ferito.

Un urlo di dolore mi riporta l’attenzione all’ultimo piano, e mi muovo. Un incrocio di corridoi fa da palco ad uno spettacolo che non si vede nei vialetti sotto casa, il fumo di scena viene creato dalle armi che fanno fuoco, mentre le luci sono presagi di morte che vagano più veloci di quanto l’occhio riesca a cogliere. Scorgo la chioma bionda a ridosso del muro, e mi unisco al piccolo teatrino, un attore sbucato fuori all’ultimo minuto.

Quando faccio esplodere la testa ad un paio di loro, Candice mi vede ed un sorriso le illumina il volto sporco di sudore. ‘Chi si rivede…’

Non rispondo, perché non è il tempo per parlare. Immagino che gli altri non siano d’accordo per una pausa caffè, ora…

3.10. Presente - Atto X

Avrei desiderato non uccidere più nessuno, sedermi ad un tavolo per giocare a carte con un paio di amici, mentre bevo un buon bicchiere di whiskey invecchiato, parlando dell’ultimo album di un qualsiasi cantante. Ancora una volta ho scelto di ballare al fianco della signora Morte in una notte piovosa, questa volta per finire tutto. Comunque sarebbe andata, questa vita era terminata.

‘Quanti uomini ci sono ancora?’

‘Non lo so… pochi, spero… ’ Si passa una mano tra i capelli, tenendosi un braccio. E’ stata ferita, ma non sembra una cosa grave.

‘Dovremo sempre uccidere qualcuno, Candice?’

Mi guarda in modo strano, e sospira. ‘Sei stanco di farlo?’

‘Si…’

Ricarico le armi e avanzo per il corridoio, cercando di evitare di calpestare i corpi.

‘Riportiamo a Vincent le pallottole che ci ha regalato.’

Percorrere l’intero ultimo piano è faticoso, gli uomini sembrano non finire mai, premere il grilletto è diventata ormai un’azione automatica, e la sensazione di essere lì da ore comincia a farsi strada nella mia mente svuotata.

Nessuno di loro sopravvive alla scia di morte che scarichiamo, la loro mira è imprecisa e il sangue non è abbastanza freddo, un cocktail suicida da usare contro nemici il cui uccidere era diventato un mestiere a tempo pieno. Strappo la vita all’ultimo e aiuto Candice a rialzarsi, la ferita comincia ad indebolirla, e non ho con me qualcosa per fermarla. Di sicuro non posso chiamare un’ambulanza, deve resistere finchè tutto non sarà finito.

Mentre la sollevo, noto il suo sguardo dietro di me, sento la sua mano tirare il mio braccio e la sua bocca rilasciare un grido contenente il mio nome. Mi volto giusto il tempo perché un foro si disegnasse nel muro dietro di me, e trascinato giù dal peso della mia compagna perdo l’equilibrio e finisco a terra. Se sono vivo devo ringraziare lei, e la mia 9mm costantemente in mano che pone fine al respiro di quell’uomo.

Dietro di lui, un uomo entra velocemente nella porta che dà sul tetto, con un vestito troppo costoso per chiunque. Candice non si rialza, segno che la ferita è più grave di quanto immaginassi. Sono da solo, ma è giusto che sia così. Fin dall’inizio questa è stata la mia guerra, e ora devo concludere tutto.

Cammino verso la porta, per marchiare a fuoco l’ultimo atto.

3.11. Presente - Ultimo Atto

Che Vincentnon fosse un uomo d’azione si poteva capire dalla scelta per la sua fuga, il tetto è l’ultimo posto in cui potresti sperare di sopravvivere, l’alternativa alla pallottola è uno schianto contro il cemento una ventina di piani più in basso.

Con attenzione apro la porta, e un getto d’aria mi investe in pieno, aria pulita e pura, troppo in alto perché lo smog riesca ad inquinarla. Avanzo lentamente osservando la zona e temendo una trappola, ma nessuno sembra essersi nascosto tra i camini e le grate, nessuno sembra poter dare man forte all’uomo che sta scappando da me.

‘Eri morto… tu eri morto! ’ E’ vicino al cornicione, troppo vicino.

‘Noto con piacere che non fai più errori di valutazione. Si, sono morto. Sono qui per portare via anche te.’

‘Non essere così avventato, io posso renderti potente! C’è stato solo un problema di… comprensione. ’ A trattare con il diavolo ci si assicura l’inferno.

Mi avvicino, mentre lui indietreggia fino ad arrivare al bordo. C’è qualcosa di piacevole in quello che sta succedendo, una sorta di controllo su tutto, una deviata forma di pace. Non mi preoccupo che qualcuno ci interrompa visto che Candice, anche se ferita, sta proteggendo la porta di accesso al tetto.

‘Non puoi uccidermi! Ti immagini l’economia di questa città, le bande, la perdita del controllo, il…’

‘Ti sembra forse che mi interessi qualcosa? Nella città degli angeli, Vincent, tu non hai mai posseduto candide ali.’

Con un misto di incredulità e terrore osserva la mia pistola fare fuoco, la nota finale di una stonata canzone. Quando la sua camicia diventa cremisi, e il suo cadavere crolla a terra, realizzo che è tutto finito, e lascio cadere il braccio lungo il fianco.

Dietro di me, si trascina una Candice stanca e affaticata, coi capelli biondi stranamente brillanti in un affresco blu di questa fredda notte.

‘’E’ morto…?

‘Si.’

Non guarda il corpo, ma le luci della città sotto di noi, agitate formiche in uno spazio troppo grande per loro. Inspiro l’aria a pieni polmoni, cancellando l’odore di zolfo dalle narici.

‘Cosa farai ora?”’ sussurra Candice.

‘Non lo so… me ne andrò da questa città, troppi ricordi.’

‘Lei?’

Ally… E’ morta, e io sono ancora vivo.

‘Tutto…’

‘Potresti aprire un bar… almeno lavorerei decentemente anche io…’

Sorrido, assecondando la sua idea di cambiamento. ‘. Potrei chiamarlo Bar da Michael…’

‘…Michael?’

‘E’ una lunga storia…’



Matteo Marangoni. Date: 23 ottobre 2007
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