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<!DOCTYPE TEI SYSTEM "In Questa Vita DTD.dtd">
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    <teiHeader>
        <fileDesc>
            <titleStmt>
                <title type="main">In Questa Vita</title>
                <title type="sub">Una storia noir</title>
                <author>Matteo Marangoni</author>
            </titleStmt>
            <extent> Dimensioni 329 KB. Dimensioni su disco 352 KB </extent>
            <publicationStmt>
                <publisher> Il racconto si trova online presso il sito
                    http://4storyteller.splinder.com/ </publisher>
                <availability status="free">
                    <p>Quest'opera è sotto licenza Creative Commons Non Commerciale - Non opere
                        Derivate</p>
                </availability>
                <date calendar="Gregorian">23 ottobre 2007</date>
            </publicationStmt>
            <notesStmt>
                <note>
                    <p> Il racconto "In Questa Vita" è stato pubblicato a puntate sul blog dello
                        scrittore stesso. Questa particolare forma di pubblicazione del racconto ha
                        permesso un confronto tra lo scrittore e i lettori a mano a mano che i nuovi
                        episodi venivano messi online. Al termine della stesura del racconto i vari
                        episodi sono stati riuniti in un unico documento formato .doc.</p>
                </note>
            </notesStmt>
            <sourceDesc>
                <p>E' stato codificato il documento .doc del racconto "In Questa Vita" </p>
            </sourceDesc>
        </fileDesc>
        <encodingDesc>
            <editorialDecl><p>La codifica del racconto rispecchia la sua struttura, in quanto sintatticamente rilevante;
             sono dunque state
            rispettate le divisioni originali in capitoli e paragrafi. L'unico intervento interpretativo effetuato riguarda
            la correzione di un errore di battitura. </p></editorialDecl>
            <refsDecl><p>Per quanto riguarda i riferimenti interni al testo sono stati usati:
                <list>
                    <item>il tag <![CDATA[<seg>]]>per esplicitare la persona alla quale un determinato pronome si rifersice
                        ( <eg><![CDATA[<<seg type="coref" corresp="Protagonista">me? </seg>>]]>
                        </eg>)
                    </item>
                    <item>gli attributi <ident>next</ident>  e  <ident>prev</ident>, contenuti all'interno di un elemento <gi>q</gi> per
                        collegare le parti di una stessa battuta di dialogo
                        (
                        <eg>
                            <![CDATA[<<q type="spoken" who="Protagonista" xml:id="DirProt1a" next="DirProt1b"
                            >Abbiamo sbagliato tutto… </q> Era meglio partire diretti. Non sono mai
                        stato un bravo conversatore. <q type="spoken" who="Protagonista"
                            xml:id="DirProt1b" prev="DirProt1a">Non avremmo dovuto farlo…</q>>]]>
                        </eg>)
                    </item>
                    <item>l'attributo <ident> key </ident> all'interno del tag <gi>name</gi> per associare ad ogni singolo personaggio
                    una chiave unica, visto che, per alcuni di essi, la denominazione cambia nel corso del testo</item>
                    <item> l'attributo <ident> xml:id </ident> per associare un identifacatore univoco ad ogni personaggio
                        <eg><![CDATA[<name type="persona" key="Ally"
                            xml:id="Ally">Ally</name>]]></eg></item>
                  
               </list></p></refsDecl>
        </encodingDesc>
    </teiHeader>
    
    <text>
        <front>
            <titlePage>
                <titlePart type="main">
                    <title> In Questa Vita</title>
                </titlePart>
                <titlePart type="sub">
                    <title>Una storia noir</title>
                </titlePart>
            </titlePage>
            <docAuthor> Matteo Marangoni</docAuthor>
            <epigraph>
                <figure><graphic url="Frontespizio.JPG"/> 
                    <figDesc> Figura di copertina</figDesc>
                </figure>
                <p> A quelli che si rialzano,
                    che amano e odiano. </p>
            </epigraph>
            <byline> codifica TEIP5 eseguita da <name type="persona">Stefania Vianello</name>
            </byline>
        </front>
        
        <body>
            <div type="capitolo" n="1">
                <head>Capitolo 1</head>
                <div type="atto" subtype="presente" n="primo">
                    <head> Presente - Atto I</head>
                    <p>Come tutte le storie di questo genere, si inizia sempre con un cadavere.</p>
                    <p>Il suo sguardo spento è fisso sul lampadario, come una falena che ha fissato
                        troppo la sua ultima fiamma.</p>
                    <p> Il foro nella sua testa mi ricorda che non avrebbe parlato poi molto, ed era
                        un vero peccato. Mi sarebbero servite molte informazioni da un tipo come
                        lui, e avrei cercato di strappargliele in ogni modo, ma la vita riserva
                        sempre un sacco di sorprese, e questa era solo l’ultima di un’apparentemente
                        infinita serie.</p>
                    <p>Non era andata lontana, sento il suo odore, lo respiro a pieni polmoni.</p>
                    <p>I ricordi tornano a galla, sempre e comunque. Se si guarda indietro, loro
                        sono presenti, come un profondo baratro a cui è impossibile sfuggire, un
                        mirino sempre puntato alla testa. L’ultima notte, l’ultimo sospiro, l’ultimo
                        bacio focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno, che ti avvolgono e
                        che non ti lasciano respiro.</p>
                    <p>Riesco ancora a sentire l’odore di zolfo, il fumo aspro che fuoriesce dalla
                        canna della pistola con cui lei aveva tentato di uccidermi, molto tempo fa.
                        L'uomo che giace ai miei piedi non è stato abbastanza fortunato da
                        sfuggirle.</p>
                    <lb/>
                    <p>Raccolgo l’arma vicino al cadavere. </p>
                    <p> Probabilmente aveva cercato di difendersi, o forse la portava sempre con sé.
                        Ma quando c’è una bella donna, che ti soffia sul collo e ti sussurra parole
                        dolci, nemmeno la morte riesce a svegliarti. Sempre che anche la morte non
                        ti soffi sul collo, ovviamente.</p>
                    <p>Osservo la stanza, la finestra, la porta… Mi avvio verso l’uscita facendo
                        attenzione a non calpestare il sangue, e spengo la luce. Per quanto li
                        spalancasse, quest’uomo non sarebbe più riuscito a togliersi il biondo
                        colore dei capelli dell’assassina dai suoi occhi.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="secondo">
                    <head> Passato - Atto II</head>
                    <p>Ero uscito con lui.</p>
                    <p>L’aria era ben più fredda del giorno prima, e ti entrava nelle ossa con la
                        stessa prepotenza, e sorpresa, di un pugno allo stomaco. Gli alberi di quel
                        parco stavano perdendo tutte le foglie, le panchine erano quasi tutte libere
                        e le strade erano deserte, un quadro innaturale che ritraeva perfettamente
                        quello che mi passava per la testa. E che lui non poteva sapere.</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="AmicoProtagonista" xml:id="AmicoProtagonista">C’è
                            molto freddo oggi… Avrei dovuto portare una giacca più pesante. </q> Gli
                        piaceva parlare dell’ovvio, non era mai stato un brillante oratore, ma
                        compensava con l’essere un buon amico. </p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="AmicoProtagonista"> Il lavoro? Va come il solito?.
                        </q> Questo lo metteva a disagio. Non aveva mai capito cosa facessi davvero,
                        e nemmeno voleva saperlo, ci avrei scommesso. Risposi quindi come facevo
                        ogni volta che le persone mi pongono questa domanda: <q type="spoken"
                            who="Protagonista" xml:id="Protagonista">Alla grande … nessuna novità,
                            tutto procede bene.</q>
                    </p>
                    <p>Si mosse un po’ a disagio.</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="AmicoProtagonista">“<name type="persona" key="Ally"
                                xml:id="Ally">Ally</name>ha trovato lavoro, presso una banca. Dopo
                            un sacco di colloqui, è stata accettata in questa. Ti ricordi di <name
                                type="persona" key="Ally">Ally</name>, vero?</q>
                    </p>
                    <p>Ally. Una donna bella, enigmatica… a volte allegra, a volte silenziosa, il
                        suo umore oscillava come le note di una triste canzone suonata da un
                        violinista agli angoli delle strade. Si, la ricordavo. Non potevo
                        dimenticarla.</p>
                    <p>Una foglia cadde verso di noi, portata dal vento.</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="AmicoProtagonista">Non sei più venuto a trovarci.
                            Immagino sarai molto occupato…</q> L’esitazione della sua voce mi
                        invitava a confermare. Ma non c’erano parole, non c’erano spiegazioni, non
                        c’era niente. </p>
                    <p>Mentii a lui, quando invece avrei voluto mentire a me stesso.</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Protagonista">Si, ho molto da fare ultimamente, e
                            molte cose mi tengono lontano persino da casa. Appena avrò un po’ di
                            tempo passerò, non preoccuparti.</q>
                    </p>
                    <p>Silenzio.</p>
                    <p>Una volta non c’era, tutto questo silenzio. Solo il vento passava in quel
                        momento fra noi, a sussurrarci quello che pensavamo entrambi, che qualcosa
                        era finito. Mi alzai, e dopo il saluto lasciai a lui solo la mia schiena.</p>
                    <p>Perché la verità era rimasta con me, portata dal vento.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="terzo">
                    <head> Presente - Atto III</head>
                    <p>La vittoria è la più grande bastarda che esista. Ti lascia avvicinare, ti fa
                        sentire il suo odore, ti seduce… finchè non si stufa di te, e ti lascia per
                        terra riverso sui tuoi stessi problemi.</p>
                    <p>Probabilmente questo lo pensava anche <name type="persona" key="Vincent"
                            xml:id="Vincent">Vincent</name>, sempre che fosse ancora in grado di
                        pensare.</p>
                    <p>Salgo sulla macchina e mi avvio lungo la <rs type="luogo"><num type="ordinale"
                        value="4">quarta</num></rs>, a fari spenti per non attirare
                        l’attenzione, l’ultima cosa che voglio è che mi fermi una pattuglia della
                        polizia… Lei era stata li, aveva ucciso il <rs type="persona">trasportatore
                            di <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>
                        </rs> e aveva portato via la merce. Cerco di pensare al come, al perché, ma
                        è solo una nube che ho nella testa, e che oscura ogni mio tentativo di
                        riflettere. Il cervello mi scoppia, e nemmeno la bottiglia di whiskey
                        invecchiato che ho nel cruscotto riesce a calmarlo.</p>
                    <p>Sono solo, ora, ho bisogno di aiuto e non posso fidarmi di nessuno. Decido
                        quindi di andare dall’unica persona che può fare qualcosa per me, nel bene o
                        nel male.</p>
                    <p>Odio rimanere fermo e attendere l’inevitabile.</p>
                    <p>L’ufficio di <name type="persona" key="Andrej">Andrej</name> (sempre se si
                        ritiene il caso di chiamarlo “ufficio”) è in un grande edificio mezzo
                        abbandonato in periferia, luogo adatto solo a cani randagi, rinnegati e
                        criminali. </p>
                    <p>Afferro la <rs type="oggetto">Colt <num type="cardinale" value="9"
                        >9</num>mm</rs> e la nascondo sotto il cappotto, l’acciaio che batte sul mio
                        corpo comincia a calmarmi… mi accendo una sigaretta, aspiro a pieni polmoni
                        e soffio fuori il fumo. </p>
                    <p>Devo essere pronto a tutto, e il fuoco che si consuma sotto i miei occhi mi
                        ricorda come una vita può diventare drasticamente breve.</p>
                    <p>Prima che sia ancora finito butto il mozzicone sull’asfalto, e mi avvicino a
                            <name type="persona" key="Andrej">Andrej</name> con passo sicuro. Non
                        deve esserci incertezza nel mio sguardo, né esitazione nelle mie parole, e
                        mentre calpesto le pozzanghere di quella strada dimenticata, decido che
                        avrei lasciato a quest’uomo solo la scelta fra un aiuto e una pallottola in
                        fronte.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="quarto">
                    <head>Passato - Atto IV</head>
                    <p>Non avevo passato una bella notte, e ne sentivo gli effetti mentre guidavo.
                        Gli incubi mi avevano colto alla sprovvista, lanciandomi in una scia di
                        sangue e violenza a cui io ero estraneo, ma che in qualche modo mi
                        attiravano verso di loro, parlandomi e seducendomi…</p>
                    <p>Per radio davano una canzone che si intitolava <title>Smooth
                        Criminal</title>, liscio criminale… è incredibile quanto ironica possa
                        essere la vita in alcuni momenti, una spietata ruota della fortuna in cui
                        speri non esca mai il tuo numero. E questa volta avevo preso il biglietto
                        vincente</p>
                    <p>La sirena di un’ambulanza che mi stava superando mi fece tornare con la mente
                        a quello che dovevo fare, al lavoro che mi aspettava, ma nonostante tutto
                        non era il primo dei miei pensieri. La conversazione del giorno prima mi
                        ballava nella testa, la sua espressione e il suo imbarazzo mentre cercava di
                        capire…</p>
                    <p>Arrivato a destinazione, un uomo arcigno mi disse di aspettare il capo in una
                        stanza spoglia, con una sola finestra che dava su di un vicolo lurido e
                        lasciato a marcire. </p>
                    <p>Sembrava avesse assorbito l’intera essenza di quel luogo, un inferno marcio e
                        putrescente, che si attaccava morbosamente alla vita come la muffa su di una
                        mela andata a male.</p>
                    <p>Perché questo era il luogo dove ero, una mela andata a male, e io uno di quei
                        vermi che la consumano.</p>
                    <p>Quando la porta si aprì, guardai il nuovo arrivato e mi sentii come al solito
                        a disagio. </p>
                    <p><name type="persona" key="Vincent">Vincent</name> era un uomo carismatico,
                        uno di quelli che riescono a farti credere che tutto al governo funziona
                        perfettamente, che il mondo era giusto così com’era, che una persona
                        meritava di morire perché così doveva essere. </p>
                    <p>Un ottimo politico, un pessimo uomo.</p>
                    <p>Pronunciò il mio nome con velato disinteresse, e si sedette su di una sedia.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Abbiamo ancora bisogno di te.</q>
                    </p>
                    <p>Quando parlò, quando mi spiegò, tutto perse di significato, i pensieri, i
                        problemi, e il ricordo cominciò a farsi strada...</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="quinto">
                    <head> Presente - Atto V - Il suo ricordo </head>
                    <p>L’amore… quanto si è combattuto, quante giustizie sono state compiute, quanti
                        errori sono stati fatti, per amore.</p>
                    <p>Osservavo le curve del suo corpo, i suoi capelli, le sue labbra, distesa su
                        un letto di sogni e di speranze, coperta da nient’altro che le sue colpe. </p>
                    <p><name type="persona" key="Ally">Ally</name>, dolce <name type="persona"
                            key="Ally">Ally</name>… in quel momento avrei fatto qualsiasi cosa per
                        te, rapito com’ero da quel vortice di passione che ci aveva colti alla
                        sprovvista, e sfiniti entrambi. </p>
                    <p><q type="indiretto" who="Protagonista">Svegliati, <name type="persona"
                                key="Ally">Ally</name>.</q></p>
                    <p>Aprì gli occhi, mi fissò e socchiuse le labbra in un breve sorriso. <q
                            type="spoken" who="Ally">Buongiorno</q>. Mi accarezzò la guancia,
                        scendendo fino al collo. Dovetti fermarla, altrimenti non sarei riuscito a
                        parlare.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista" xml:id="DirProt1a" next="DirProt1b"
                            >Abbiamo sbagliato tutto… </q> Era meglio partire diretti. Non sono mai
                        stato un bravo conversatore. <q type="spoken" who="Protagonista"
                            xml:id="DirProt1b" prev="DirProt1a">Non avremmo dovuto farlo…</q>
                    </p>
                    <p>Rimase un attimo in silenzio, poi si mise seduta, ancora nuda, su quel letto.
                            <q type="spoken" who="Ally">Non è una nostra colpa, lo sai anche tu… non
                            voglio dirti di non pensarci, ma non dovresti farlo, e non dovrei farlo
                            nemmeno io.</q>
                    </p>
                    <p>Sospirai, e dissi quello che mi spezzava in due. <q type="spoken"
                            who="Protagonista">Lui è mio amico. Tu sei la sua d…</q>
                    </p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Ally">Non sono ‘sua’! Non lo sono mai stata! </q> alzò
                        la voce, quel tanto da lasciar trapelare la rabbia. </p>
                    <p>Per <seg type="coref" corresp="Protagonista">me? </seg> Per <seg type="coref"
                            corresp="AmicoProtagonista">lui</seg>? Per <seg type="coref"
                            corresp="Ally">sé stessa?</seg>
                    </p>
                    <p>Quando ero arrivato, piangeva. Piangeva così forte che il suo viso era
                        diventato più rosso del sangue. Le avevo asciugato le lacrime, le avevo
                        baciato la bocca. Odiavo vedere una donna piangere, ma non volevo ascoltare
                        le sue ragioni. Non mi interessava niente, solo i suoi occhi, la sua pelle,
                        e il suo profumo.</p>
                    <p>In quel momento invece non piangeva più, mi fissava solamente a denti
                        stretti, senza avere l’accortezza di coprirsi. Sperava che, vedendo il suo
                        corpo, sarei rimasto con lei? O forse semplicemente non gliene importava?</p>
                    <p>L’amore… può prendere o cancellare tutto, ti annebbia i pensieri e ti porta
                        via la parte razionale a cui eri tanto legato, tanto da farti compiere
                        alcune tra le scelte più errate della tua vita. </p>
                    <p>Sorrisi alla luce che si rifletteva sulla sua pelle dal color del latte, mi
                        alzai dal letto e cominciai a vestirmi. Lei mi stava ancora guardando.
                        Quando rinfoderai la mia pistola, la fissai e pronunciai le parole a cui
                        volevo credere disperatamente. <q type="spoken" who="Protagonista">E’ stata
                            una scelta di cui non mi pento. Dobbiamo parlarne con lui, e dobbiamo
                            parlarne fra noi due, ma non ora. Forse il tempo sistemerà un po’ di
                            cose... </q>. Sorrisi di nuovo quando le dissi <q type="indiretto"
                            who="Protagonista">Ti amo</q> e mi voltai dando le spalle a quel corpo
                        perfetto, come avevo dato le spalle a suo marito, mio amico.</p>
                    <lb/>
                    <p>Quando me ne andai, al volto di <name type="persona" key="Ally">Ally</name>
                        mancava tutto. Il suo sorriso, e le sue lacrime.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="sesto">
                    <head>Passato - Atto VI</head>
                    <p>Quando il lavoro entra in conflitto con la tua donna, non possono che nascere
                        problemi. Peggio ancora se la donna in questione non è la TUA donna, e se il
                        lavoro consiste nel liberarsi di persone scomode.</p>
                    <p>Se la questione non fosse stata così drammatica, mi sarei messo a ridere. Ma
                        non era il caso.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">…diciamo che è diventata un personaggio
                            pericoloso per qualcuno di importante, che la vorrebbe. come dire..
                            veder sparire. Capirai la mia preoccupazione, non posso veder
                            preoccupati questi miei amici</q> Il suo sorriso così sardonico mi
                        faceva ribrezzo, tutta la corruzione che usciva dalla sua bocca e che
                        inondava quella piccola stanza mi stava nauseando. Sapevo, dentro di me, di
                        non poter resistere ancora a lungo a quella vita. </p>
                    <p>Forse era questa l’occasione per cambiare…</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Il nome per intero del soggetto in questione è
                                <name type="persona" key="Ally">Ally May </name>, su questo foglio
                            ci sono l’indirizzo e gli orari in cui puoi trovarla a casa.</q>Sapeva i
                        suoi spostamenti, l’avevano controllata. </p>
                    <p><q type="thought" who="Protagonista" xml:id="PenProt1a" next="PenProt1b"
                            >Quindi sapeva anche…?</q></p>
                    <p><q type="thought" who="Protagonista" xml:id="PenProt1b" prev="PenProt1a">No,
                            o almeno lo speravo. Ma la sua espressione era indecifrabile, solo quel
                            sorriso.</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Questo, e un altro paio di lavoretti, e il tuo
                            debito è concluso, sarai un uomo libero. Non ti esalta, l’idea?</q>
                        Fottiti, Vincent. </p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Con te verrà anche <name type="persona"
                                key="Boost" xml:id="Boost">Boost</name>, lo troverai vicino alla
                            macchina. Dovresti averci già lavorato insieme. Buon lavoro… </q> Ancora
                        quel sorriso. Avevo l’impulso di rompergli i denti, ma non ne sarei uscito
                        vivo. Era meglio aspettare ancora un po’. </p>
                    <p>Come promesso, vicino alla mia macchina trovai <name type="persona"
                            key="Boost">Boost</name>. Che razza di nome era <name type="persona"
                            key="Boost">"Boost"</name>?</p>
                    <p>Guidai, con lui seduto sul sedile del passeggiero, ascoltando una canzone
                        intitolata <title>Operation Mindcrime</title>, e pensai alle varie
                        possibilità.</p>
                    <p>L’uomo accanto a me non era mancino, avrei quindi dovuto prima sparare al
                        braccio destro. E non aveva nemmeno molta mira, ma questo era irrilevante…
                        se fosse stato abbastanza vicino, la mira non era necessaria. Ed era sempre
                        stato lento a capire, ma se sapeva del mio rapporto con <name type="persona"
                            key="Ally">Ally</name> ero comunque in svantaggio.</p>
                    <p>Lanciai quindi la macchina lungo la <rs type="luogo"><num type="ordinale"
                                value="6">sesta</num></rs>, con la sensazione di stare trasportando
                        la morte con me, un passeggero scomodo che sussurrava i suoi ordini ad uno
                        schiavo di un mondo troppo assurdo per poter essere compreso.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="settimo">
                    <head> Presente - Atto VII</head>
                    <p>L’edificio sembra vuoto, ma non ci giurerei. Probabilmente sa già che stò
                        arrivando, ma se sono un uomo fortunato mi riterrà inoffensivo. Peccato, non
                        sono mai stato fortunato.</p>
                    <p>Salite le scale l’unica cosa che mi ferma è una porta, da cui non arriva
                        nessun rumore, una sorta di Dantesco ingresso che separa la pazzia della
                        Terra da quella dell’Inferno. Ora comincia la parte pericolosa.</p>
                    <p>La spalanco ed entro con passo convinto, fissando davanti a me la figura
                        seduta alla scrivania che mi guarda con fare spavaldo e che picchietta
                        fastidiosamente le dita sul legno, mi fermo ad un paio di metri da lui e
                        prendo l’iniziativa.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">
                            <name type="persona" key="Andrej" xml:id="Andrej">Andrej</name>. Ho
                            bisogno di un aiuto veloce.</q>
                    </p>
                    <p>Finge di riconoscermi solo in quel momento. <q type="spoken" who="Andrej">Oh,
                            ma guarda chi c’è! </q> chiamandomi per nome. Il modo in cui lo
                        pronuncia mi irrita, con quel suo fastidioso accento russo e l’aria di
                        inferiorità che insinua in ogni lettera scivolata dalla sua bocca. Ho la
                        tentazione di andarmene, girarmi e correre. Ma ho deciso di non voltare più
                        le spalle a niente, e non voglio venire meno a questa promessa.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Andrej">Ti credevo morto. Tutti ti credevano morto. E
                            ora ecco che sbuchi fuori dalla tomba, assetato di… cosa? </q> Occhi
                        troppo furbi, per quella faccia da scemo, mi fissano.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ho bisogno di informazioni, <name
                                key="Andrej">Andrej</name>…e un po’ di armi. So che puoi avere tutto
                            questo, e…</q></p>
                    <p>Ha spostato lo sguardo dietro di me, solo per una frazione di secondo. </p>
                    <p>C’è qualcuno. Lo sento respirare, sento lo spostamento d’aria, e sento la
                        voglia di uccidere che aleggia in quella stanza. Devo muovermi, in fretta!</p>
                    <p>Mi getto per terra, girando su me stesso, ed estraggo la <rs type="oggetto">
                            <num type="cardinale" value="9">9</num>mm</rs>. Non ho il tempo di
                        vedere chi c’è, solo una figura nebbiosa vicino alla porta… no, sono due.</p>
                    <p>Sparo senza pensarci. Sparo perché è l’unico modo che ho per andare avanti,
                        per non morire in questo schifo di posto. </p>
                    <p>Crollo a terra, non riesco a capire come si sia concluso lo scontro, se sono
                        stato ferito o se li ho colpiti. L’urlo nevrotico di <name type="persona"
                            key="Andrej">Andrej</name> mi dà sollievo, e i due cadaveri stesi sul
                        pavimento confermano che tutto è andato per il verso giusto, non sono ancora
                        morto.</p>
                    <p>Controllo se ho qualche ferita, ma un segno di bruciatura rivela che uno di
                        loro ha soltanto colpito il mio cappotto, e un foro di proiettile su un
                        vestito è il giusto prezzo per avere due pistole in più… ora avevo le armi
                        che mi servivano.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Sembra che i tuoi uomini non avessero
                            molta mira, Andrej…</q></p>
                    <p>Cerca di mantenere il viso tranquillo, mentre stringe un patto con la morte.
                            <q type="spoken" who="Andrej">Erano solo venuti ad accertarsi che io
                            stessi bene, a chiederci se volevamo del tè. Ora dovrò assumerne
                        altri…</q>
                    </p>
                    <p>Chiudo la porta da cui sono entrati, e prendo uno dei loro ferri. Poi, con
                        passo calmo, mi avvicino a quell’uomo così importante, ma così indifeso.
                        Sono un pesce che nuota controcorrente, e che ha appena trovato riparo
                        all’ombra di uno squalo. Vedo la sua paura, il suo sudore, l’attesa degli
                        altri suoi uomini, e l’odio per un essere che aveva ritenuto un semplice
                        sassolino nella scarpa, e tutto questo mi diverte.</p>
                    <p>Ha ragione lui, dovrei essere morto. Ma sono tornato, ed è il fatto di non
                        avere più niente da perdere che rende l’uomo un diavolo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">E’ ora di darmi quello che cerco,
                        Andrej…</q></p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="ottavo">
                    <head> Passato - Atto VIII</head>
                    <p>Nei dintorni della sua casa non sembrava esserci nessun vicino ficcanaso, le
                        strade erano deserte e la giornata era soleggiata. </p>
                    <p>Sembrava tutto andare alla perfezione.</p>
                    <p>Ci eravamo avvicinati abbastanza da capire che qualcuno era in casa, si
                        sentiva una musica provenire dalle finestre semi-aperte in cui una tenda
                        bianca copriva la visuale, la porta era invece aperta ed entrammo senza far
                        rumore.</p>
                    <p>
                        <seg type="coref" corresp="Ally">Lei</seg> era davanti al pianoforte nel
                        soggiorno, mentre batteva i tasti sulle note di una canzone che avevo già
                        sentito, ma di cui non ricordavo il nome. Aveva una lunga veste bianca, e il
                        suo profilo era bellissimo… sembrava un angelo le cui ultime note
                        presagivano il momento della sua caduta.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ally…”</q></p>
                    <p>Si voltò, e mi fissò con occhi insolitamente tristi. <q type="spoken"
                            who="Ally">Mi dispiace che abbiano mandato te… mi dispiace molto…</q>
                        Lei sapeva che stavamo arrivando, e non era scappata. Ma la cosa che mi
                        sconcertava di più era che sapeva chi ero, cosa facevo in quella casa… Non
                        era sorpresa di vedermi, perché?</p>
                    <p>Il mio “collega” mi stava fissando, ma non mi importava. Non importava la sua
                        espressione, quello che poteva aver intuito, o i suoi dubbi. Continuavo a
                        guardarla come se potessi fermare il tempo, e imprimermi la sua immagine. </p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Cos’hai fatto, Ally…</q> era solo un
                        sospiro, ma sembrò averlo sentito. Abbassò lo sguardo sul pianoforte e
                        alcune lacrime cominciarono a bagnarle il viso.</p>
                    <p>Suona ancora per me, Ally…</p>
                    <p>Continuò a premere sui tasti, senza fermarsi, una nota dopo l’altra, una
                        canzone bellissima, e allo stesso tempo straziante, che riempiva l’intera
                        stanza.</p>
                    <p>Potevo uccidere <name type="persona" key="Boost">Boost</name>, portarla
                        lontano, salvarla, ma mi avrebbero cercato e ucciso. Se invece avessi
                        eseguito l’ordine, lei sarebbe morta per una causa che non conoscevo, ma io
                        sarei stato salvo, a qualche passo dalla libertà.</p>
                    <p>Sentii la testa rompersi, il corpo lacerarsi mentre prendevo una delle
                        decisioni più difficili della mia vita.</p>
                    <p>Le puntai la pistola alla testa, con un braccio che non mi apparteneva.</p>
                    <p>Suona ancora per me…</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="nono">
                    <head>Presente - Atto IX</head>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Vediamo se riesco a spiegarmi. Tu sai
                            qualcosa che io voglio sapere, e non ho molto tempo. </q>
                    </p>
                    <p>Distolgo lo sguardo portandolo sul fazzolettino bianco che uso per pulirmi le
                        mani. Il tessuto è come la coscienza di una persona, è bianco candido fino a
                        quando non lo usi, e si può sempre riportare allo stato originale. Ma quando
                        si macchia di sangue è difficile rendere il chiarore ancora così acceso,
                        così lindo.</p>
                    <p><name type="persona" key="Andrej">Andrej </name>è legato alla sedia, i lividi
                        e i tagli adornano il suo volto in una grottesca maschera di halloween, la
                        bottiglia di whiskey è sul tavolo, un vizio vicino ad una corruzione.</p>
                    <p>Le mani mi fanno male, la testa mi si stà spaccando e comincio a chiedermi se
                        quello che sto facendo sia giusto o meno. Ma per ora questo non ha
                        importanza.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Andrej" xml:id="DirAndrej1a" next="DirAndrej1b">Che
                            diavolo vuoi, maledetto figlio di puttana. </q>Gli insulti pronunciati
                        dal suo accento russo mi divertono, e rendono la scena piuttosto singolare.
                            <q type="spoken" who="Andrej" xml:id="DirAndrej1b" prev="DirAndrej1a">Io
                            non so niente, pezzi grossi come questi di certo non vengono a dire a me
                            cosa stanno facendo.</q>
                    </p>
                    <p>Sbuffo, continuo a pulirmi le mani in modo calmo, studiato. <q type="spoken"
                            who="Protagonista"> Sei a conoscenza di tutto quello che succede, non
                            sono estraneo al giro quindi non insultarmi e vieni al sodo. Non ho
                            tutta la sera.</q>
                    </p>
                    <p>Si guarda attorno, cerca forse una via d’uscita mentre il sudore scende, e le
                        corde gli segnano il collo lasciando escoriature rosse. </p>
                    <p>
                        <q type="thought" who="Protagonista"> Non guardarti in giro, bastardo. La
                            tua concentrazione deve essere solo per me.</q></p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Protagonista"><name type="persona" key="Vincent"
                                >Vincent</name> se n’è andato, io voglio sapere dove. Voglio sapere
                            cosa trasportava il suo uomo, e per conto di chi. Voglio…</q>
                    </p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Andrej">Vai al diavolo, americano! </q> Sputa queste
                        parole, insieme a metà del sangue che ha in bocca. Cerco di rimanere calmo,
                        freddo, distaccato mentre gli copro la bocca col fazzoletto ormai rosso, e
                        pronuncio le parole con voce molto più melliflua di quanto avessi voluto. <q
                            type="spoken" who="Protagonista">Hai sbagliato, <name key="Andrej"
                                >Andrej</name>. Forse posso fare qualcosa per riportarti alla
                            ragione.</q>
                    </p>
                    <p>Gli appoggio la canna della pistola alla gamba, vedo le sue pupille dilatarsi
                        dalla paura e la testa muoversi per fuggire dalle corde, e dalla mia mano,
                        senza successo. Premo con forza, perché il ferro trema come la mia
                        decisione, ombre che danzano dietro a delle fiamme che stanno consumando
                        tutto ciò che trovano lungo il loro cammino.</p>
                    <p>Non lo guardo negli occhi mentre premo il grilletto, perché non voglio vedere
                        il dolore che lo attraverserà quando il suono dello sparo riempirà la
                        stanza.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="decimo">
                    <head>Passato - Atto X</head>
                    <p>Non esistono scelte giuste e scelte sbagliate, c’è solo il loro risultato ad
                        attenderti, nascosto in agguato e pronto a saltare fuori in ogni momento,
                        come una tigre che ha annusato la sua preda, letale e infallibile. Il corpo
                        riverso sul pavimento aveva fatto di me il predatore, ma sarei presto
                        diventato la preda di quell’immenso gioco omicida.</p>
                    <p>Avevo ucciso il <seg type="coref" corresp="Boost">sicario di <name
                                key="Vincent">Vincent</name></seg>, avevo risparmiato la vita di
                            <name type="persona" key="Ally">Ally</name>.</p>
                    <p>Quando mi ero voltato e gli avevo puntato la pistola contro, la sua
                        espressione sorpresa mi aveva rivelato che non si era aspettato una mossa
                        simile… non sapeva della mia relazione, e questo mi dava tempo. Avevo
                        trovato la speranza che mi aveva convinto a fare fuoco contro <name
                            key="Boost">Boost.</name></p>
                    <p>Con la pistola appoggiata al fianco, la canna ancora fumante, fissavo la
                        figura seduta di fronte al pianoforte, le guance rigate di lacrime e le mani
                        appoggiate al grembo. Sembrava così debole…</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Protagonista"><name type="persona" key="Ally"
                            >Ally</name>, dobbiamo andarcene… Ne verranno altri, appena scopriranno
                            cos’ho fatto! </q>cercavo di farle fretta, ma lei era ancora li, e
                        piangeva. Forse era shockata… Forse… </p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista"><name type="persona" key="Ally"
                            >Ally!</name></q></p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Ally">Mi dispiace…Mi dispiace così tanto! </q> Mi
                        guardava con quegli occhi che mi assorbivano, mi supplicava di capire, ma
                        cosa? Cosa voleva dirmi? </p>
                    <p>Mi avvicinai pian piano, alzando la mano vuota per chiamarla mentre i dubbi
                        si facevano largo tra il pandemonio di pensieri che mi affollavano la mente.
                            <q type="spoken" who="Protagonista">Andiamo… vieni con me…</q>
                    </p>
                    <p>Ma c’era qualcosa. Non nei suoi occhi, non nelle sue mani, ma nell’aria. Un
                        suono… tra i singhiozzi e le suppliche un rumore ancora più forte mi aveva
                        raggiunto, e con la violenza di un proiettile che ti attraversa la testa
                        compresi cos’era. </p>
                    <p>Sirene… sirene della polizia stavano arrivando da me, perché avevo ucciso un
                        uomo, perché avevo sparato, perché… come sapevano…?</p>
                    <p>Non capivo, rimasi stordito senza riuscire a pensare, con l’unica certezza
                        che mi abbagliava fino a rendermi cieco. Cieco come l’amore che ti strappa
                        dalla realtà e ti scaglia in un mondo di sogni e di false speranze,
                        togliendo ogni tua capacità di pensiero e giudizio.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally">…mi dispiace così tanto…</q></p>
                    <p>Con le risate, con le lacrime, lei mi aveva tradito.</p>
                    <p>L’angelo aveva perso le ali, e mi aveva trascinato con sé nella buia discesa
                        dell’inferno.</p>
                </div>
            </div>
            <div type="capitolo" n="2">
                <head>Capitolo 2</head>
                <figure><graphic url="capitolo2.JPG"/></figure>
                <div type="atto" subtype="passatoOrigine" n="primo">
                    <head>Passato - Atto I - Origine</head>
                    <p>La prima volta che uccisi un uomo non sapevo nemmeno impugnare la pistola.
                        Era tardi, si era spenta ogni luce e ogni insegna, e le porte del caffè
                        erano state ormai chiuse. </p>
                    <p>Ero rimasto solo con i miei problemi, uno sparviero in un mondo di
                        cacciatori.</p>
                    <p>Uno sconosciuto mi aveva parlato dell’uomo che poteva risolvere ogni mio
                        problema, e darmi tutti i soldi che mi servivano e in fretta, senza che
                        qualcuno venisse a saperlo. Il suo nome, o almeno quello con cui era
                        conosciuto in quel mondo, era<name type="persona" key="Vincent"
                        >Vincent</name>.</p>
                    <p>Il mio migliore amico, invece, mi aveva messo in guardia dall’andarci o dal
                        chiedere aiuto a persone di quel calibro, non ne sarebbe uscito niente di
                        buono. Ma lui non poteva capire cosa provavo, e come mi sentivo, non avrebbe
                        mai potuto capire.</p>
                    <p>La mia follia mi aveva dunque spinto a dubitare delle sue parole, e a credere
                        a quelle di una persona schiva incontrata in qualche sobborgo dimenticato da
                        Dio e da tutti, la stessa follia che mi avrebbe accompagnato diventando la
                        mia insostituibile compagna di giochi.</p>
                    <lb/>
                    <p>Stava camminando tranquillamente, con la sua giacchetta firmata e le sue
                        belle scarpe da qualche centinaio di dollari, coperto dall’arroganza propria
                        degli intoccabili, o dei criminali.</p>
                    <p>Ma non c’è salvezza per chi trasgredisce alle regole, e lo sapevo bene.</p>
                    <p>Io non sarei mai diventato così… continuavo a ripetermelo mentre gli
                        camminavo dietro, continuavo a ripetermelo anche quando gli saltai addosso
                        con la lama del mio coltello, anche quando avevo visto i suoi occhi spenti
                        specchiarsi nelle pozzanghere sull’asfalto.</p>
                    <p>Lui era feccia, in ogni caso si era meritato quella fine… non stavo uccidendo
                        un uomo, stavo solo cancellando un piccolo tumore dalla città malata in cui
                        vivevo.</p>
                    <p>Io non ero così, non lo sarei mai diventato… Me lo ripetevo ancora e ancora,
                        mentre lasciavo cadere a terra l’arma e guardavo il grigio asfalto
                        colorarsi, piano piano, di un rosso foriero di morte. </p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="secondo">
                    <head> Pasato - Atto II</head>
                    <p>L’amore è una droga. Quando ne hai abbastanza i tuoi sensi si perdono, e ti
                        ritrovi in un mondo completamente diverso, e se manca ne vuoi sempre di più.
                        Ma quando viene a mancare, il contraccolpo può essere mortale.</p>
                    <p>Come in quel caso.</p>
                    <p>La polizia si stava avvicinando e le sirene erano sempre più forti, mentre io
                        ero ancora lì che fissavo inerme le lacrime della donna che avevo amato. Se
                        non mi avessi dato una mossa, mi avrebbero preso, qualunque fosse la
                        ragione.</p>
                    <p>Repressi l’impulso di urlare contro <name type="persona" key="Ally"
                        >Ally</name>, e mi avvicinai alla finestra. Vedevo le macchine, fra qualche
                        secondo mi avrebbero raggiunto e le scelte sarebbero state solo due:
                        l’arresa o la sparatoria. </p>
                    <p>Il secondo caso non avrebbe portato a buoni risultati.</p>
                    <p>La terza scelta era di prendere in ostaggio lei, ma non ci riuscivo, non era
                        un’opzione valida, e mentre mi avvicinavo alla finestra sul retro cercavo di
                        non degnarla di uno sguardo, come un ladro che distoglie la vista dalle
                        manette incatenate ai suoi polsi.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally" xml:id="SpokAlly1a" next="SpokAlly1b">Non
                        andare!</q> La sua voce era rotta dal pianto, disperata. Volevo urlare,
                        contro tutto. <q type="spoken" who="Ally" xml:id="SpokAlly1b"
                            prev="SpokAlly1a">Ti prego, non andare! Non farlo…</q> il suo sguardo mi
                        implorava di rimanere, ma non per lei. Era qualcos’altro…</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ally… Tornerò da te, non dimenticherò
                            quello che hai fatto. Voglio sapere perchè. Perché mi hai ingannato per
                            tutto questo tempo.</q></p>
                    <p>E mentre lei gridava il mio nome, giurando su ogni cosa che non lo aveva mai
                        fatto, che mi aveva davvero amato, io aprii la finestra e saltai fuori,
                        privo di speranza e con tutto il corpo che bruciava, un dolore enorme per
                        chi era appena stato strappato dal suo sogno.</p>
                    <p>Ma le scelte sbagliate, il non saper parlare, e la morte che mi inseguiva ad
                        ogni passo, erano i segni dell’essermi risvegliato da quel sogno soltanto
                        per ritrovarmi immerso in un enorme incubo.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passatoOrigine" n="terzo">
                    <head>Passato - Atto III - Origine</head>
                    <p>Strappare la vita ad un uomo ti cambia, e in peggio. Le cose cominciano a
                        perdere di significato, tutto diventa piatto e l’unico modo per non
                        impazzire è mantenere un distacco emotivo, un modo efficace per rendere più
                        facile l’omicidio successivo.</p>
                    <p>Il whiskey di quella sera aveva il gusto del sangue.</p>
                    <p>Stavo muovendo lentamente il bicchiere, facendo sbattere i cubetti di
                        ghiaccio tra loro, quando si sedette di fianco a me l’uomo che indicava le
                        mie vittime, un angelo della morte che non voleva sporcarsi il suo vestito
                        da qualche migliaio di dollari.</p>
                    <p>Non ricordo esattamente le sue parole, né il luogo in cui mi stava mandando,
                        ma rammento perfettamente il nome della vittima, <name type="persona"
                            key="StephanReiner" xml:id="StephanReiner">Stephan Reiner</name>. Lo
                        ricordo perché avevo cenato nel suo locale, e avevo parlato spesso con lui e
                        con la sua famiglia…</p>
                    <p>Non mi era sembrato un impresario corrotto, tanto meno un uomo pericoloso, ma
                        le apparenze potevano ingannare, così come le convinzioni</p>
                    <p>Soprattutto le mie, ma l’avrei capito troppo tardi.</p>
                    <p>Quando entrai nell’appartamento di <name type="persona" key="StephanReiner"
                            >Reiner </name>(era da solo, i miei mandanti avevano studiato i suoi
                        movimenti) mi aspettai le solite implorazioni, la disperazione e le menzogne
                        per sfuggire al sicario venuto per ammazzarlo, ma questa volta era diverso.</p>
                    <p>Nei suoi occhi non vedevo bugie, o corruzione… erano tristi ed imploranti,
                        non pietosi e malati.</p>
                    <p>Non ero preparato a quello spettacolo. Lui non sembrava come gli altri, non
                        sembrava feccia. </p>
                    <p>La mia convinzione cominciava a vacillare… l’unica cosa che in quelle notti
                        riusciva a muovere il <choice>
                            <sic>mo</sic>
                            <corr>mio</corr>
                        </choice> braccio e a sparare era sapere che quello che avevo di fronte
                        meritava la morte, come la meritavano quelli per cui lavoravo. Reiner non
                        poteva essere innocente, era semplicemente una persona che mascherava bene
                        le sue colpe. Doveva essere così.</p>
                    <p>E se…</p>
                    <p>Lo gettai dalla finestra, dal quarto piano di quel palazzo. </p>
                    <p>Ricordo il suo urlo, il rumore acuto dei vetri che si rompevano e il tonfo
                        sordo del corpo sull’asfalto.</p>
                    <p>Guardavo giù, mentre la mia coscienza cominciava a sgretolarsi, e la paura si
                        faceva strada nel mio corpo. Forse non meritava la morte, forse non era come
                        tutti gli altri. </p>
                    <p>Se fosse davvero stato così, tutto ciò che pensavo avrebbe cominciato a
                        perdere di significato, sarei diventato feccia, avrei meritato io la morte.
                        Perché avevo ucciso un uomo che non doveva morire.</p>
                    <p>Tutt’ora non so se la ragione fosse dalla sua parte, o dalla mia, non
                        importa… quella sera, dentro di me, tutto aveva iniziato a sfaldarsi, le
                        domande avevano preso il sopravvento di fronte al cupo cinismo che mi aveva
                        retto fino a quel momento, ed ero diventato un immenso castello di carte le
                        cui basi avevano cominciato a cedere. </p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="quarto">
                    <head>Passato - Atto IV</head>
                    <p>Dopo un periodo in cui <seg type="coref" corresp="Ally">lei</seg> mi aveva
                        riportato in vita, era infine giunta l’ombra a prendermi, ma se è vero che
                        tutto ciò che fai in vita ti torna indietro, forse era la giusta
                        conclusione.</p>
                    <p>No, non lo era, perché nessuno aveva ancora messo la parola fine.</p>
                    <p>Avevo bisogno di risposte, ma prima ancora avevo bisogno di un luogo sicuro
                        dove cercarle. Nelle vicinanze della casa di <name type="persona" key="Ally"
                            >Ally</name>c’era un bar, il <rs type="luogo">Moonlight Girls</rs> , e
                        il suo nome non derivava di certo dalla gentilezza delle cameriere.</p>
                    <lb/>
                    <p>Diedi una mancia poco cospicua al tassista che mi aveva portato fin lì, e con
                        le sue lamentele di sottofondo entrai, facendomi largo tra due buttafuori il
                        cui aspetto era tutt’altro che amichevole.</p>
                    <p> La pericolosità di un locale non si riconosce dai muscoli degli uomini
                        all’esterno, men che meno dalle espressioni tutt’altro che simpatiche delle
                        persone che ti osservano mentre cammini. La pericolosità si vede dalla
                        presenza di armi di chi sta entrando, dalla mancata perquisizione. In posti
                        simili la presenza di ferri implica solo che, se vieni considerato
                        spazzatura, una pallottola nella schiena potrebbe far finire prematuramente
                        il tuo momento di pausa. </p>
                    <p>Con un sospiro mi avvinai al bancone e ordinai un whiskey doppio. Se proprio
                        dovevo morire, preferivo farlo con un po’ di <choice>
                            <sic>alcohol</sic>
                            <corr>alcol</corr>
                        </choice> in corpo.</p>
                    <p>Mentre bevevo vidi le luci abbassarsi, e la sala farsi silenziosa. Lo
                        spettacolo era iniziato, e se la fortuna non mi aveva completamente
                        abbandonato ci sarebbe stata anche la mia via di fuga preferita.</p>
                    <p>In uno scroscio di applausi, e qualche commento non proprio elegante, fece la
                        sua entrata in scena <name type="persona" key="Candice" xml:id="Candice"
                            >Miss Melody</name>. Non che il nome importasse, dopotutto. Lei era
                        l’unico motivo per cui delle persone entravano all’interno di un cupo locale
                        in una giornata di sole rovente.</p>
                    <p>Mentre le luci si muovevano con una scoordinazione patetica, la vista era
                        sollevata dai movimenti aggraziati e sensuali della ballerina, una danza che
                        ti obbligava a seguirla, curvature e svolte riempivano gli occhi mentre si
                        toglieva lentamente tutti i vestiti per l’orda che stava fischiando ed
                        acclamando davanti a lei. Nonostante tutto, lei era sempre la più
                        desiderabile, la più bella.</p>
                    <p>Quando <name type="persona" key="Candice">Miss Melody</name> rimase con
                        solo un minuscolo pezzo di tela, mi avvicinai al <rs xml:id="Barista"
                            type="persona">barista </rs>:<q type="spoken" who="Protagonista">Dopo lo
                            spettacolo, devo parlare con lei.</q> Indicandola. <q type="spoken"
                            who="Barista">Tutti vogliono parlare con lei. Non si può fare, mi
                        spiace</q> disse con l’aria di chi è tutto fuorchè dispiaciuto. <q
                            type="spoken" who="Protagonista" xml:id="spokProt1a" next="spokProt1b"
                            >Forse non mi sono spiegato </q> lo rimbeccai con un sorriso sardonico,
                        mentre mettevo svariate decine di dollari sotto il bicchiere. <q
                            type="spoken" who="Protagonista" xml:id="spokProt1b" prev="spokProt1a"
                            >Forse, se tu le dicessi il mio nome, lei ti direbbe di lasciarmi
                            entrare…</q>
                    </p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passatoOrigine" n="quinto">
                    <head> Passato - Atto V - Origine</head>
                    <p>Ero entrato in un vortice di rabbia e morte, un ammasso di sensazioni prive
                        di logica, che mi strappava dalla realtà e mi gettava in una buia caverna
                        nel più profondo degli inferi. I giorni si alternavano senza sosta, tra una
                        bottiglia d'
                        <choice>
                            <sic>alcohol</sic>
                            <corr>alcol</corr>
                        </choice>e un colpo di pistola, ed ero ormai diventato esperto
                        nel far scomparire persone ritenute scomode. Scomode per il mio mandante.
                        Scomode per un criminale. </p>
                    <p>Non riuscivo a capire chi meritasse di morire, e chi invece di vivere, forse
                        non l’avevo mai capito… andavo avanti per paura, per saldare un debito, e
                        perché non sapevo cos’altro fare. </p>
                    <p>Ero un debole, preda dei propri dubbi e delle proprie paure. Mi facevo
                        schifo.</p>
                    <p>Incontrai <name type="persona" key="Ally">Ally</name>ad una festa. Ricordo i
                        miei occhi spenti, allo specchio, prima di uscire dal bagno, col cadavere
                        sistemato dentro uno degli stanzini e io che mi lavavo le mani dal sangue,
                        un surreale disegno di un artista malato. Quando varcai la porta, mi
                        ritrovai i suoi occhi davanti, limpidi e accesi, contornati da lisci capelli
                        castani il cui riflesso copriva le luci sopra di noi. Rimasi fermo come un
                        idiota, mentre sentivo le mie mani sporche, il vestito appesantito dal rosso
                        di quella sera, e la voce dell’uomo che mi implorava di lasciarlo vivere
                        mentre lo bloccavo al muro. Mi sentivo sporco sotto quegli occhi così
                        limpidi… </p>
                    <p>Non sapevo chi era, non la conoscevo… eppure mi rimase impressa a fuoco. </p>
                    <p>Me la presentarono, parlammo un po’, riuscivo a tenere testa alla
                        conversazione nonostante la mia mente fosse un mare in tempesta, non
                        distolsi lo sguardo da lei neppure quando un uomo uscì dal bagno urlando, e
                        la folla si agitò per la presenza di un cadavere. In quel momento non
                        importava…</p>
                    <p>Pensai molto a lei, nei giorni successivi, dopo molto tempo riuscivo a
                        provare qualcosa che non fosse apatia o dolore, in un insieme di dubbi ero
                        riuscito finalmente a trovare qualcosa di concreto, e decisi di non farmela
                        sfuggire, di rimanere aggrappato con tutte le mie forze per non ricadere.</p>
                    <p>Probabilmente avevo solo deciso di scambiare un’ossessione con un’altra,
                        molto più dolce. Era un giusto prezzo, per un sogno che non sarebbe
                    durato.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="sesto">
                    <head> Passato - Atto VI</head>
                    <p> Il suo vero nome era <name type="persona" key="Candice">Candice</name>.
                            <name type="persona" key="Candice">Miss Melody </name>era solo un
                        nominativo scelto per tenere alto il morale della massa di animali che c’era
                        fuori dal suo camerino.Non che necessitasse di essere chiamata in qualche
                        modo strano per attirare l’attenzione, ma aveva bisogno di un nome, lo
                        richiedeva il suo lavoro e il suo pubblico.</p>
                    <p> Lei era cambiata completamente, lo si notava soprattutto in questo. Perché
                        prima non aveva alcun nome che potesse essere usato nel suo lavoro. Come non
                        lo avevo io. </p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice" xml:id="spoCandice1a" next="spoCandice1b"
                                ><name type="persona" key="Vincent">Vincent</name> ti ha tradito?
                        </q> la sua voce palesava una divertita ironia che trovavo abbastanza
                        irritante. Ma <name type="persona" key="Candice">Candice </name> era così.
                            <q type="spoken" who="Candice" xml:id="spoCandice1b" prev="spoCandice1a"
                            >Forse è più giusto dire che voleva liberarsi di qualcosa che non
                            trovava utile. Il tradimento è un rapporto di fiducia, voi non ne
                            avevate</q> .</p>
                    <p>Aveva ragione, naturalmente, ma questo non mi faceva sentire meglio. Chi può
                        stare meglio, nel sentirsi dare della spazzatura?</p>
                    <p>Non le avevo ancora parlato di <name type="persona" key="Ally">Ally</name>,
                        avevo preferito tenerlo per me, almeno fino a quando non avessi trovato una
                        risposta. Per ora, dovevo prendere il controllo della conversazione, e
                        convincere <name key="Candice">Candice</name>a darmi una mano. Non dovevo
                        farle capire che ero disperato.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Non mi interessano le sfumature… E non
                            interessano nemmeno ai poliziotti che in questo momento mi stanno
                            cercando.</q></p>
                    <p>Mi guardò con velato interesse, e continuò a sistemarsi i capelli color oro.</p>
                    <p>Dopo una pausa, dandole le spalle, le chiesi aiuto, un posto dove stare
                        mentre si calmavano le acque.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Potrei rimanere qui, non credo sappiano
                            che siamo ancora in contatto… Oppure a casa tua.</q></p>
                    <p>Sentii che si stava alzando, e riponendo la spazzola. I suoi passi erano il
                        rumore della risposta che mi dava il destino, se morire in silenzio o
                        cercare di fare qualcosa. Non avrei avuto un altro posto, se mi avesse
                        rifiutato.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">E’ pericoloso. </q> Mi girai verso di
                        lei, per guardarla negli occhi.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Molto pericoloso…</q> mi afferrò la testa e mi
                        baciò, premendomi contro la finestra, un bacio forte e violento.</p>
                    <p>Violento come la mia vita, come tutto ciò che mi circondava e mi rapiva,
                        violento come la persona che lei aveva scelto di non essere, come la persona
                        che ero.</p>
                    <p>Mentre si staccava, mentre la fissavo per capire cosa intendesse fare, lei
                        sussurrò: <q type="spoken" who="Candice">Deve essere divertente… </q>e si
                        allontanò.</p>
                    <p>Non capii cosa ci fosse di divertente, ma <name type="persona" key="Candice"
                            >Candice </name> era così. </p>
                    <p>Attratta dal pericolo.</p>
                    <p>Sperai solo di non averla portata in un pericolo più grande di lei, ma avevo
                        bisogno di un aiuto. Ad ogni costo.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passatoOrigine" n="settimo">
                    <head>Passato - Atto VII - Origine</head>
                    <p>Cominciai a frequentare <name type="persona" key="Ally">Ally</name>
                        occasionalmente, nei momenti in cui la vita sembrava molto più nera di
                        quanto non dovesse essere. Ero un’auto impazzita che correva in una strada
                        circondata solo da campi abbandonati, senza una vera destinazione, un’auto
                        che aveva bisogno di benzina per poter ripartire e correre.</p>
                    <p>Avevo trovato un luogo in cui poter riposare…</p>
                    <p>Non mi aveva mai chiesto cosa facevo per vivere, né dove abitavo o chi
                        frequentavo, sapeva solo il mio nome e questo le bastava. Adoravo quando lo
                        pronunciava, lo sentivo meno distaccato e vuoto di quanto lo ricordassi,
                        molte volte andavo a trovarla solo per sentirlo uscire dalle sue labbra.</p>
                    <p>Nemmeno io chiesi mai chi fosse lei, avevo paura di farlo. Rischiavo domande
                        a cui non avrei potuto trovare una risposta. Rischiavo risposte che
                        avrebbero potuto fare più male che bene. Svolgendo il lavoro per <name
                            key="Vincent">Vincent</name>avevo imparato che l’ignoranza in casi come
                        questi è un bene, e che le cose mutano sotto agli occhi di chi cerca di
                        scoprire la verità sulle persone che ha attorno.</p>
                    <p>E così, prima di andare da lei, uccidevo, e con ancora il peso della pistola
                        nelle mani bussavo alla sua porta ed entravo in quel mondo che non mi
                        apparteneva, cercando di prendere il più possibile prima che fosse troppo
                        tardi.</p>
                    <p>Perché niente di bello era mai durato in una città che faceva della morte e
                        della corruzione il suo cavallo di battaglia.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="ottavo">
                    <p><name type="persona" key="Candice">Candice </name> aveva lavorato per <name
                            type="persona" key="Vincent">Vincent</name>. </p>
                    <p>In un altro tempo, in un autunno che aveva ancora foglie da perdere, lei si
                        aggirava in una città caotica e indifferente per mietere tutta l’erba
                        cattiva. Non per la società, o per gli indifesi, ma per il suo capo. Nessuna
                        nobile causa.</p>
                    <p>Era la sua prediletta, io stesso avevo imparato da lei perché era la
                        migliore. Fu quindi un grave colpo, per <name type="persona" key="Vincent"
                            >Vincent</name>, quando lei si innamorò di un uomo, un semplice <rs
                            type="persona" xml:id="Pescatore">pescatore</rs>, e decise di
                        abbandonare il suo lavoro. Era più felice di quanto l’avessi mai vista, e
                        quando se ne andò le augurai tutta la tranquillità e la gioia che potessi
                        immaginare.</p>
                    <p>Non era bastato, forse non ne immaginavo abbastanza. Quando il mare si prese
                        il futuro marito, venne da me a piangere, a sperare e a pregare perché un
                        qualunque Dio gli riportasse l’uomo sano e salvo. Era così debole…</p>
                    <p>Non poteva riprendere il ruolo da assassina, perché il suo cuore aveva
                        ricominciato a battere da quando aveva conosciuto quel semplice <rs
                            type="persona">pescatore</rs>.
                        Decise quindi di trovare un lavoro che la tenesse lontana da tutto
                        nell’attesa che lui tornasse, che comparisse dalla porta di quel bar per
                        dirle, con le lacrime agli occhi: <q type="indiretto" who="Pescatore">
                            Candice… Sono tornato…</q>.</p>
                    <p>Dopo anni, aveva perso quella strana ma affascinante luce negli occhi, aveva
                        forse perso la speranza di rivederlo e le sue giornate si susseguivano
                        monotone e prive di un qualunque scopo degno di essere chiamato tale.</p>
                    <p>A guardarla, in quel momento, seduta sulla sedia ad ascoltare ciò che mi era
                        successo, sembrava aver ripreso una parte della vitalità che la
                        contraddistingueva, la voglia di vivere o di morire, che era sempre meglio
                        di non saper cosa fare della propria vita.</p>
                    <p>Ha sempre voluto rischiare, <name type="persona" key="Candice">Candice
                        </name>… Forse avevo commesso un errore di valutazione, nel chiedere il suo
                        aiuto, ma a quel punto non potevo farmi troppe remore.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passatoOrigine" n="nono">
                    <p>Mi attaccai sempre di più a quella vita, cercando di rimanere sveglio nel
                        sogno lucido che stavo vivendo. La sensazione di aver smarrito la strada, di
                        aver sbagliato tutto, era sempre più grande, e solo la paura di non essere
                        abbastanza forte per cambiare mi teneva legato al mio incubo.</p>
                    <p>Cominciai a rivedere alcuni degli amici che avevo abbandonato, solo quelli
                        che me lo permettevano, e non davo mai alcuna spiegazione. Dovevano
                        prendermi per quello che mostravo loro, perché quello che ero non
                        l’avrebbero mai accettato.</p>
                    <p>Rimase solo lui, il <seg type="coref" corresp="AmicoProtagonista">mio
                            migliore amico</seg>, compagno di innumerevoli bevute al bancone di un
                        bar, figlio della gentilezza e del sorriso. Mi trovavo bene con lui,
                        sembrava desiderasse mostrare che il mondo conteneva ancora qualche sprazzo
                        di luce.</p>
                    <p>Nel periodo in cui non c’ero si era sposato con una donna, a detta sua,
                        bellissima, e smaniava di farmela conoscere. Decisi fosse una buona idea.</p>
                    <p>Mi sbagliai, ancora una volta.</p>
                    <p>A quella festa, tra decine di persone dai sorrisi finti e gli sguardi
                        inebriati dall’<choice>
                            <sic>alcohol</sic>
                            <corr>alcol</corr>
                        </choice>, incontrai la moglie del mio amico.</p>
                    <p><name type="persona" key="Ally">Ally</name>.</p>
                    <p>Nonostante fossi abituato a mentire, faticai a mantenere il controllo quella
                        notte, mentre lei mi sembrava solo leggermente stupita, come divertita dal
                        fato e dall’avermi scoperto amico dell’uomo che avrebbe dovuto amare.</p>
                    <p>La risata beffarda di un essere che scriveva il corso delle vite mi
                        perseguitò per molto tempo, fino a quando non decisi di smettere di vederla.
                        Il mio lavoro stava per finire, e le mie colpe cominciavano a diventare
                        vecchie compagne di giochi che non permettevano altre conoscenze.</p>
                    <p>Sentii quella risata, nella mia testa, anche il giorno in cui lei mi
                    tradì.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="decimo">
                    <p>Eravamo passati davanti al proprietario del <rs type="luogo">Moonlight
                        Girls</rs>, un grasso amante dei racconti a luci rosse e delle serie
                        televisive dalle puntate apparentemente infinite, per uscire nel retro, dove
                        l’aria odorava di marcio.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Se rimaniamo troppo in questo posto, rischiamo
                            di non levarci più questa merda dal naso…</q>affermò Candice, una
                        macchia bionda nel grigio. </p>
                    <p>Mi soffermai a guardare il luogo a cui eravamo arrivati, un ammasso di fango
                        e immondizia, di liquidi strani mischiati ad acqua. Non c’era anima viva, si
                        sentivano solo i rumori provenire dall’interno del bar e dalla strada
                        vicina.</p>
                    <p>Per questo, quando sentii un rumore lì vicino, mi voltai di scatto, teso,
                        solo per scoprire che un gatto randagio cercava i resti che gli
                        appartenevano.</p>
                    <p>Era la sua zona, il suo dominio, ma era troppo impaurito per attaccare noi
                        intrusi.</p>
                    <p>Cacciava in mezzo alla melma, tra i rifiuti e lo sporco. Vicino, si era
                        creata una pozza d’acqua, o almeno speravo lo fosse, che rifletteva le poche
                        nuvole bianche che coprivano il cielo azzurro, un insieme di marciume e
                        bellezza senza tempo.</p>
                    <p>Rimasi fermo a guardare, fino a quando <name type="persona" key="Candice"
                            >Candice </name>non mi diede una scrollata.</p>
                    <p>
                        <q type="spoken" who="Protagonista">Si, hai ragione. Dobbiamo andare…</q>
                    </p>
                    <p>Non vidi più il gatto, se n’era andato.</p>
                </div>
            </div>
            <div type="capitolo" n="3">
                <head>Capitolo 3</head>
                <figure>
                    <graphic url="capitolo3.JPG"/>
                </figure>
                <div type="atto" subtype="passato" n="primo">
                    <head>Passato - Atto I</head>
                    <p>Quella che stavo vivendo era una delle giornate più brutte che mi fossero
                        capitate. Un vago mal di testa cominciava a farsi strada tra le varie
                        preoccupazioni che non mi davano tregua, un modo poco originale con cui il
                        mio corpo mi avvisava che qualcosa non andava. Sapevo perfettamente cosa non
                        andava, non serviva che qualcuno me lo ricordasse. </p>
                    <p><name type="persona" key="Candice">Candice </name> aveva recuperato delle
                        armi da un suo “amico”, che suonava tanto come “piccolo trafficante”, e mi
                        aveva proposto il suo piano, che era probabilmente meno folle di quanto
                        pensassi… Un po’ troppo semplice per poter funzionare, forse.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Rapirai Ally? </q>la voce tradiva il mio
                        scetticismo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Già… cercano te, non una ragazza. Se la
                            tengono sotto controllo, dovrei riuscire a prenderla. E’ solo una
                            patetica femminuccia, no?</q></p>
                    <p>L’aggettivo mi urtava, ma dovetti ammettere a me stesso che aveva regione, e
                        in ogni caso non dovevo avere remore, lei era diventata il nemico. Bizzarra
                        la vita.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Si… non dovrebbe essere un problema…
                            solo…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice" xml:id="spoCandice2a" next="spoCandice2b"
                            >Cerca di non farle male? </q> secca e decisa, la bastarda… <q
                            type="spoken" who="Candice" xml:id="spoCandice2b" prev="spoCandice1a"
                            >Scordatelo. Se posso, le faccio male, dolcezza.</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">…solo cerca di stare attenta…</q> Mi
                        accesi una sigaretta, inspirando bene il fumo. Pensavo comunque di non avere
                        abbastanza tempo per morire di cancro.</p>
                    <p><name type="persona" key="Candice">Candice </name>prese un paio di pistole,
                        nascondendole sotto il cappotto, e si scostò una ciocca di capelli dal viso,
                        portandomi una ventata del suo odore, un dolce profumo che si faceva strada
                        tra lo smog e lo sporco. </p>
                    <p>La guardai uscire, con quell’impermeabile dai colori smorti e quei capelli
                        così biondi da sembrare lucenti… difficile pensare che una ragazza come
                        quella che avevo davanti agli occhi potesse essere armata. Impossibile
                        pensare che fosse così pericolosa.</p>
                    <p>Avrei lo stesso cercato di coprirla, ma non dovevo preoccuparmi. Lei era
                        stata una delle migliori, e lo sarebbe stata per molto tempo ancora.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="secondo">
                    <head>Passato - Atto II</head>
                    <p>Sangue. Non sarei mai riuscito a liberarmi di quel colore, di quell’odore,
                        del sapore di ferro e della sensazione di sporco indelebile che mi aveva
                        accompagnato per così tanto tempo. E ora, vederlo colare dalle labbra della
                        donna che amavo mi dava una strana sensazione. Ribrezzo? Paura? Potere? </p>
                    <p>No, era vendetta. Vendetta, che lascia sempre l’amaro in bocca, con la paura
                        di aver percorso la strada sbagliata una volta di troppo.</p>
                    <p><name type="persona" key="Candice">Candice </name> aveva mantenuto la parola,
                        le aveva fatto male, e ora <name type="persona" key="Ally">Ally</name> era
                        davanti a me legata ad una sedia, con la guancia ferita da un pugno secco e
                        un labbro tagliato.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Perché?</q>non pensavo ci fosse bisogno
                        di precisare.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally">Perdonami… ti prego… </q>piangeva,
                        silenziosamente. <name type="persona" key="Candice">Candice </name> si stava
                        irritando, dovevo farla parlare senza torturarla. Non sarei riuscito a farle
                        del male, o almeno era quello che speravo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Se parli, sarà più facile per tutti.
                            Partiamo dalle cose più facili… perché voleva incastrarmi, <name
                                key="Vincent">Vincent</name>?</q></p>
                    <p>Mi guardò, quasi con pena. <q type="spoken" who="Ally">Non voleva incastrare
                            te. Non sei mai stato importante per lui… Voleva solo qualcuno a cui
                            scaricare la colpa. A cui far fare il lavoro sporco.</q>
                    </p>
                    <p>Non capivo, si intuiva dalla mia espressione. Non ero importante? E allora
                        perchè…</p>
                    <p>Concluse lei, inaspettatamente, come se mi avesse letto nella testa mi svelò
                        il motivo per cui ero ricercato, senza casa, disperato, un motivo che
                        credevo nato per il mio lavoro, la giusta punizione per chi aveva una vita
                        come la mia.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally"><name type="persona" key="Boost">Boost</name> era
                            un poliziotto. Infiltrato per incastrare il più grande trafficante della
                            città. Ha dovuto ammazzarlo prima che scoprisse qualcosa, facendo cadere
                            la colpa su qualcuno che non sia lui.</q>
                    </p>
                    <p>Ci fu silenzio, poi. Non una mosca, non un alito di vento dalla finestra, non
                        una lacrima.</p>
                    <p>Solo silenzio, nella mia voce come nella mia testa. </p>
                    <p>Il mio nome non valeva la carta su cui era scritto, la mia vita non valeva il
                        piombo che le avrebbe posto fine. I miei occhi non valevano l’amore che
                        vedevano.</p>
                    <p>No, non era amore. Lei. <name type="persona" key="Ally">Ally</name>.
                    Perché?</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="terzo">
                    <head>Passato - Atto III</head>
                    <p>Cercò di muovere la testa per spostarsi i capelli dal volto, ma legata in
                        quel modo non ottenne molto successo. Si limitò quindi a piangere
                        silenziosamente, lo sguardo basso.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally"><name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>
                            mi controllava… sapeva che non mi avresti uccisa, sapeva che l’amore ti
                            avrebbe reso… lui disse ‘stupido’… io sapevo che l’amore ti avrebbe reso
                            ‘umano’…</q></p>
                    <p>La guardavo senza dire niente, preferivo aspettare la fine. <name
                            key="Candice">Candice</name>, però, cominciava ad essere irritata,
                        sbuffava e batteva i piedi.</p>
                    <p>
                        <name type="persona" key="Ally">Ally</name> se ne accorse, perché tagliò
                            corto.<q type="spoken" who="Ally">Io ti amavo… ti amavo davvero
                        tanto…</q>
                    </p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Non pronunciare il mio nome…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally">…è colpa tua... hai deciso di abbandonarmi, hai
                            deciso che io sarei stato meglio con mio marito! E quando <name
                                key="Vincent">Vincent</name> ha minacciato di ucciderlo... non
                            volevo rimanere sola…</q>
                    </p>
                    <p>Fu <name type="persona" key="Candice">Candice</name> a prendere la parola,
                        questa volta, perché io non riuscivo a parlare.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Lui ha deciso di lasciarti, e tu ti sei
                            vendicata fottendolo in questo modo? Spiegami bene, perché non riesco a
                            capire…</q></p>
                    <p>Il suo disprezzo era palese, come l’ira negli occhi di <name type="persona"
                            key="Ally">Ally</name>.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Ally"> Ovvio che non puoi capire… avrei perso tutte le
                            persone più importanti... L’uomo che amavo sopra ogni cosa se n’è
                            andato, l’uomo che mi amava sarebbe stato ucciso! Ho dovuto fare una
                            scelta…</q>.</p>
                    <p>Scelte. </p>
                    <p>Tutto aveva sempre girato attorno a delle scelte. Di vita sbagliata, o di
                        amori impossibili, abbandoni e omicidi… quella volta, era stata lei a
                        scegliere. Aveva scelto di non rimanere sola, di non perdere tutte le
                        persone che l’avevano amata. Non potendo giudicare i suoi pensieri, scelsi
                        quindi di giudicare la mia condanna a morte.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista"><name type="persona" key="Ally"
                            >Ally</name>… Portaci da <name type="persona" key="Vincent"
                            >Vincent</name>.</q></p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="quarto">
                    <head>Passato - Atto IV</head>
                    <p>Nonostante gli occhi pieni di paura, <name type="persona" key="Ally"
                        >Ally</name>ammise di sapere dove si trovasse il più grande malavitoso della
                        città. Mi chiese di non andare, di scappare in un’altra città, ma non presi
                        in considerazione la proposta.</p>
                    <p>Mi avviai verso il magazzino di stoccaggio del porto, trascinando con me
                        anche lei, <name type="persona" key="Candice">Candice</name> venne invece di
                        sua spontanea volontà. Quella donna era un mistero, non capivo se lo facesse
                        per me, per se stessa, o per un motivo di cui ero ignaro, un grazioso e
                        terribile vaso di Pandora… in ogni caso, la sua presenza mi faceva sentire
                        più sicuro e controllato, sapeva come funzionava il gioco e come condurre le
                        danze.</p>
                    <p>Avevo con me l’angelo dai capelli scuri che mi aveva tradito, e il biondo
                        diavolo che mi stava salvando, ironici ossimori per la conclusione di una
                        storia di morte e sangue raccontata solo dal vento.</p>
                    <p>No, non volevo rimanesse dimenticata e sconosciuta. Avevo deciso di dare una
                        svolta a tutto… chiamai così la polizia, per farla arrivare in quel luogo,
                        perché per alcuni la prigionia e la perdita dell’impero possono essere
                        peggiori della morte. Le persone, tremanti nei loro piccoli nascondigli,
                        dovevano sapere che il terribile signore della morte di questa città non era
                        altro che un uomo, e che come tale anche la sua vita poteva finire, in un
                        modo o nell’altro.</p>
                    <p>Quando scesi dall’auto, e osservai con occhi spenti quei capannoni desolanti
                        rischiarati dalla luna, <name type="persona" key="Candice">Candice</name> mi
                        sbattè sulla porta dell’auto e mi lasciò l’ultimo bacio, focoso e caldo come
                        le fiamme stesse dell’inferno.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice" xml:id="spoCandice3a" next="spoCandice3b">
                            Questi non sono gli occhi di qualcuno che vuole sopravvivere a questa
                            notte… </q> sussurrò alle mie labbra. <q type="spoken" who="Candice"
                            xml:id="spoCandice3b" prev="spoCandice3a">Qualsiasi cosa accada,
                            ricordati che lei ti ha tradito. Tu sei più importante di lei.</q></p>
                    <p>Si staccò, togliendo il suo profumo dall’aria, e con un sospiro compresi
                        quanto le sue parole fossero vere, quanto fossero pericolose.</p>
                    <p>Impugnai la pistola e portai di peso la donna che amavo ancora, avvicinandomi
                        all’edificio in cui, speravo, avremmo posto fine a tutto.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="quinto">
                    <head>Passato - Atto quinto</head>
                    <p>Entrare non era stato un problema, e se fosse arrivata la polizia non lo
                        sarebbe stato neppure uscire. I pochi uomini di guardia non ci avevano
                        notati, complice forse la notte, la stanchezza o l’inutilità di quei
                        fantocci.</p>
                    <p>L’interno mi aveva lasciato sorpreso, sbalordito. Come l’inferno era il luogo
                        in cui si ammassavano tutti i diavoli, così in quel magazzino erano
                        accatastate più armi e munizioni di quanto potessi contare, un intero
                        arsenale in grado di tenere a bada un esercito, o di armarlo</p>
                    <p>Fu in quello scenario da guerra che tutti udimmo la voce dell’uomo a cui
                        eravamo legati, per cui <name type="persona" key="Candice">Candice</name> si
                        era allontanata, per cui <name type="persona" key="Ally">Ally</name> aveva
                        tradito, per cui io avevo odiato, la voce di <name type="persona"
                            key="Vincent">Vincent</name> che si faceva strada tra le casse e le
                        mura, entrando con la prepotenza di una pallottola nella mia testa, portando
                        via la calma con lo stesso modo in cui il sangue gronda sul cemento.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Sapevo che saresti tornato, dopo essere
                            scappato in quel modo…</q> la sua risata divenne incredula. <q
                            type="spoken" who="Vincent">E chi vedo! <name type="persona"
                                key="Candice">Candice</name>! O devo dire <name type="persona"
                                key="Candice">miss Melody</name>? Ma non eri finita a fare la
                            puttana in un bar?</q>
                    </p>
                    <p>Ci girammo tutti lentamente, <name type="persona" key="Ally">Ally</name>era
                        diventata di ghiaccio sotto la mia mano, mentre il respiro di <name
                            type="persona" key="Candice">Candice</name> si era fatto affannoso.
                        Avevamo di fronte tre uomini che ci puntavano contro le loro armi, mentre
                        lui, con la sua giacchetta da qualche migliaio di dollari e i suoi modi
                        sfacciatamente altolocati, se ne stava fermo a guardarci con aria di
                        superiorità.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista"><name type="persona" key="Vincent"
                                >Vincent</name>…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Vedi, il mio errore è stato di non farti
                            seguire da qualcuno per eliminarti, nel caso le cose fossero andate
                            storte… Hai pisciato troppo fuori dal vaso, e per uno del tuo mestiere
                            questo è un errore gravissimo, dovresti saperlo. E quando si fa il tuo
                            lavoro, non si torna indietro.</q></p>
                    <p>Non si torna indietro. L’avevo sempre saputo, ma avevo voluto andare contro
                        tutto e tutti, contro una città senza santi e senza angeli, illuso com’ero
                        dal mio desiderio di cambiare vita. Non sarei mai potuto scappare, su questo
                        aveva ragione.</p>
                    <p>Estrarre la pistola, o attendere il colpo… </p>
                    <p>Non sarebbe dovuta andare così, avremmo dovuto prenderlo noi alla sprovvista,
                        lui non poteva sapere che saremmo arrivati!</p>
                    <p>Non poteva sapere.</p>
                    <p>Il vortice di pensieri fu interrotto dal tempestivo arrivo della polizia, che
                        si riversò nel magazzino come uno sciame d’api.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="sesto">
                    <head>Passato - Atto VI</head>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Hai fatto un piccolo errore di
                            valutazione, <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>…Sei
                            fottuto.</q></p>
                    <p>Sei poliziotti armati avevano fatto irruzione e si erano appostati attorno a
                        noi. Avevo appoggiato la pistola lungo il fianco, e lasciato andare il
                        braccio di <name type="persona" key="Ally">Ally</name>.</p>
                    <p><name type="persona" key="Candice">Candice</name> però non mostrava la mia
                        sicurezza… perché?</p>
                    <p>La stachezza, la tensione e un sacco di altre sensazioni mi avevano nascosto
                        quello che lei aveva visto, i poliziotti non stavano puntando le armi contro
                        di loro. Stavano aspettando.</p>
                    <p>
                        <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name> prese parola. <q
                            type="spoken" who="Vincent">Mi chiedo come tu sia riuscito a finire
                            sempre i lavori che iniziavi… Non mi sembri così sveglio. Guardati un
                            po’ intorno, e cerca di cogliere la piccola sfumatura di ironia che c’è
                            nell’aria.</q></p>
                    <p>Un passo avanti, alzò la pistola. </p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">La polizia è mia. Tutto quello che vedi, è
                            mio. Anche la tua vita lo è.</q></p>
                    <p>Ovvio che sapeva del nostro arrivo, l’aveva informato il corrotto braccio
                        della legge, ci eravamo scavati una fossa con le nostre mani sottovalutando
                        lo smisurato potere che aveva su tutta la città. Non che servisse, averlo
                        capito in quel momento… eravamo morti.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Strana la vita, vero?</q> il suo sorriso
                        beffardo fu l’ultima grigia cosa che vidi, perché quando la sua pistola fece
                        fuoco la mia vista esplose in una miriade di sfumature di rosso e di caldi
                        colori, quando <name type="persona" key="Ally">Ally</name> venne colpita al
                        collo, comparendo dal nulla e prendendo lei la pallottola che mi avrebbe
                        ucciso. </p>
                    <p>Quando crollò contro di me, nell’odore del sangue e del profumo che la
                        distingueva, le lacrime rosse che vedevo si persero nel suo viso, portando
                        via l’ultimo fiato di vita.</p>
                    <p>Il corpo cadde a terra, con un tonfo sordo.</p>
                    <p>Divenne tutto scuro, molto più scuro… Mi ritrovai in ginocchio, tenendo la
                        mano di <name type="persona" key="Ally">Ally</name>. </p>
                    <p>Giungeva solo la voce di <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>,
                        che esortava <name type="persona" key="Candice">Candice</name> ad uccidermi,
                        con la promessa di riprenderla al suo servizio. Strani giochi…</p>
                    <p>Alzando gli occhi ebbi la conferma di come lei non si arrendesse mai. Di come
                        fosse sempre stata la più forte. Mi guardò, puntando l’arma sopra la mia
                        testa, verso le munizioni dietro di me. Sarebbe stata l’unica sua occasione
                        per fuggire,e per portare la vendetta per noi anime perse in una città
                        troppo grande.</p>
                    <p>Annuendo con la testa, mi arrivò flebile la sua voce, <q type="spoken"
                            who="Candice"> fanculo <name type="persona" key="Vincent"
                        >Vincent</name></q>. </p>
                    <p>Tutto esplose, strappando la mia coscienza dal corpo abbandonato.</p>
                    <p>E, per la prima volta, morii, portando con me il calore della mano di <name
                            key="Ally">Ally</name> e il biondo dei capelli di <name type="persona"
                            key="Candice">Candice</name> in un cremisi affresco di una notte
                        dimenticata.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="passato" n="settimo">
                    <head>Passato - Atto VII</head>
                    <p>Mi risvegliai dal coma <num type="cardinale" value="8"></num>otto mesi dopo, in un letto d’ospedale. Ero un uomo
                        qualunque, uno sconosciuto tra quelle bianche mura, e svuotato com’ero finsi
                        di non ricordare niente di me, di non sapere la mia provenienza e il mio
                        nome.</p>
                    <p>Iniziarono a chiamarmi <name type="persona" key="Protagonista"
                        >Michael</name>.</p>
                    <p>Cominciai a riprendermi, a tornare in forze e a riuscire a muovermi, ma
                        continuavo ad avere un mal di testa terribile che mi colpiva in vari momenti
                        della giornata. Non mi importava, dovevo uscire in fretta, avevo delle cose
                        da fare.</p>
                    <p>Mi informai su quello che era successo… O meglio, su quello che i giornali
                        raccontavano. </p>
                    <p>Al porto c’era stata un’esplosione a opera di qualche trafficante
                        clandestino, e la polizia aveva trovato solo un cadavere, ma per me non fu
                        necessario leggere il nome per sapere la sua identità. Per loro io invece
                        non ero presente, nessun ferito tra le macerie, niente di niente…</p>
                    <p>I medici dissero che ero stato trovato davanti alle porte di ingresso,
                        nessuno era mai venuto a farmi visita e nessun fiore era rimasto ad
                        appassire vicino al mio letto.</p>
                    <lb/>
                    <p>Me ne andai quando un’infermiera mi portò un biglietto, lasciato sul suo
                        tavolo..</p>
                    <p>
                        <mentioned>Aspettavo ti riprendessi. Se vuoi vedere la conclusione di tutto,
                            vieni da lui. <lb/>
                            <name type="persona" key="Candice">Candice</name>
                        </mentioned>
                    </p>
                    <p> Lui. <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>. Quel figlio di
                        puttana stava avendo sempre più potere, la sua mano cominciava a stendersi
                        troppo al di fuori di questa città. Con la testa che mi scoppiava me ne
                        andai dall’ospedale, e cercai di risalire a lui, o a <name type="persona"
                            key="Candice">Candice</name>, seguendo i contatti che conoscevo e i
                        corrotti che potevano avere un qualunque rapporto con lui.</p>
                    <p>Per alcune persone, la morte era l’unica soluzione.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="ottavo">
                    <head> Presente - Atto VIII</head>
                    <p>Dopo averlo torturato, <name type="persona" key="Andrej">Andrej</name>ha
                        parlato. Lo fanno tutti.</p>
                    <p>L’unico problema è stato il tempo, un cappio attorno al collo che più viene
                        tirato e più ti avvicina alla morte, una corda che non riesci a togliere
                        nemmeno con tutta la buona volontà di cui sei capace. Le informazioni che mi
                        ha dato non sono complete, ma stavano arrivando i suoi uomini, e non potevo
                        rimanere a chiacchierare col russo.</p>
                    <p>La chiesa che ho di fronte non è vuota, nonostante l’orario, e qualche anima
                        persa entra o esce da questo angolo di effimera salvezza. Poso il libro che
                        avevo preso dall’appartamento di <name type="persona" key="Andrej"
                        >Andrej</name>, un racconto giallo di un qualche sconosciuto scrittore
                        dimenticato da tutti, e mi preparo ad entrare nell’edificio, forse posso
                        concedermi una pausa.</p>
                    <p>Dentro è quasi vuoto, le piccole fiamme delle candela muovono le ombre dei
                        fedeli come creature impazzite dando un senso di irrealtà e ansia a tutto.
                        Come ogni volta che entro in chiesa, mi sento fuori posto, io inadatto a lei
                        o lei inadatta a me, una piccola e insignificante sfumatura.</p>
                    <p>Mi avvicino al confessionale, passando accanto ad una vecchia il cui sguardo
                        è pieno di malizia e avidità, ed entro nello stanzino che copre il rumore
                        delle mie scarpe, il suono della mia voce, la vista dell’ipocrisia seduta a
                        qualche metro da me.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">Salve, figlio mio… Dimmi tutto. </q> La voce del
                            <rs type="persona" xml:id="Prete">prete</rs> è calda, suadente</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Mi dispiace, <rs type="persona">padre</rs>, perché ho
                        peccato.</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">Da quanto non ricevi la confessione?</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ogni volta mi manca il tempo…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">Cosa vuoi che siano 10 minuti della tua vita, di
                            fronte all’eternità della tua anima?</q>. </p>
                    <p>Touchè.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ho peccato, padre. E non penso che lei
                            possa assolvermi…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">La bontà è il sentimento più grande… Parlami
                            delle tue pene.</q></p>
                    <p>Silenzio. Guardo attraverso la grata, il suo profilo è spigoloso, ma calmo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ho ucciso molte persone. Ho tagliato
                            molti rami. </q> Sono molto più freddo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">Mio Dio… </q>la voce del <rs type="persona"
                            >prete</rs> trema, ora.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ho ucciso <name type="persona"
                                key="Delgado" xml:id="Delgado">Delgado</name>, ho lasciato in fin di
                            vita <name type="persona" key="Andrej">Andrej</name>.</q></p>
                    <p>Il suo respiro si fa affannoso. Comincia a tremare. Tengo la voce calma e
                        calcolata.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista" xml:id="spoProt1a" next="spoProt1b">E ora
                        sono qui, <rs type="persona">padre</rs></q> marco il tono su quest’ultima parola. <q
                            type="spoken" who="Protagonista" xml:id="spoProt1b" prev="spoProt1a"
                            >..perchè lei mi serve.</q></p>
                    <p>Il <rs type="persona">prete</rs> alza la voce, forse qualcuno al di fuori
                        riesce a sentirlo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Prete">Come osi? Come osi venire a minacciare un prete
                            nella sua casa!</q></p>
                    <p>Punto la pistola alla grata, sbattendola, e lo guardo negli occhi
                        semi-nascosti dal ferro.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Non è la vostra casa. E ora, mi segua…
                            cosa vuole che sia una notte della sua vita, di fronte all’eternità
                            dell’inferno?</q></p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="nono">
                    <head>Presente - Atto IX</head>
                    <p>Il <rs type="persona">prete</rs>, paradossale sottoposto di <name
                            key="Vincent">Vincent</name>, mi ha indicato dove dovrebbe essere il suo
                        capo, e anche piuttosto velocemente. Che potessero sfruttare una chiesa per
                        lo smercio di materiale illegale è un’idea che non mi è balzata subito alla
                        mente, ma abbastanza ovvia.</p>
                    <p>Lasciato svenuto a qualche isolato di distanza, mi avvicino al palazzo
                        incriminato. Se sono fortunato, <name type="persona" key="Candice"
                        >Candice</name> è già li. In caso contrario, solo un miracolo può farmi
                        concludere questa notte nel migliore dei modi.</p>
                    <p>Getto il resto della sigaretta sull’asfalto e mi avvio dentro l’edificio.
                        Arrivare ai piani alti non è faticoso, mi basta evitare quelle persone che
                        stanno correndo all’impazzata giù per le scale e nei corridoi. Non chiedo
                        cosa succede, non fermo nessuno di loro, perché sono stato baciato dalla dea
                        della fortuna. <name type="persona" key="Candice">Candice</name> è qui.</p>
                    <p>Percorro in fretta quegli spazi ormai deserti e comincio a sentire i rumori
                        degli spari… devo accelerare il passo, devo essere più veloce delle
                        pallottole che potrebbero colpirla. Una vita lasciata a morire, una vendetta
                        che si consuma nel punto più alto di una città che ha macchiato nel sangue
                        le ragioni e le speranze di tutti coloro che hanno desiderato slegarsi dalla
                        sopravvivenza e dalla paura…</p>
                    <p>Questa notte cadranno in molti.</p>
                    <p>Vedo dei lampi di luce, un paio degli uomini di <name type="persona"
                            key="Vincent">Vincent</name> stanno sparando all’altro capo del
                        corridoio. Mi avvicino, coperto dal rumore delle pistole, e sparo due colpi
                        ad entrambi senza lasciar loro il tempo di reagire, sapendo che non sarò
                        certo a corto di pallottole. Ce ne sono in abbondanza…</p>
                    <p>Afferro le loro armi e controllo dall’altro lato, nessuno in vista. Chiunque
                        avesse sparato, e desideravo fosse davvero <name type="persona"
                            key="Candice">Candice</name>, è già proseguito oltre. Non posso farmi
                        attendere, odio arrivare in ritardo. </p>
                    <p>Passo sopra ai due cadaveri e mi avvicino alle scale che portano all’ultimo
                        piano, dove una macchia di sangue si sta seccando sul pavimento, segnale che
                        qualcuno era stato ferito.</p>
                    <p>Un urlo di dolore mi riporta l’attenzione all’ultimo piano, e mi muovo. Un
                        incrocio di corridoi fa da palco ad uno spettacolo che non si vede nei
                        vialetti sotto casa, il fumo di scena viene creato dalle armi che fanno
                        fuoco, mentre le luci sono presagi di morte che vagano più veloci di quanto
                        l’occhio riesca a cogliere. Scorgo la chioma bionda a ridosso del muro, e mi
                        unisco al piccolo teatrino, un attore sbucato fuori all’ultimo minuto.</p>
                    <p>Quando faccio esplodere la testa ad un paio di loro, <name type="persona"
                            key="Candice">Candice</name> mi vede ed un sorriso le illumina il volto
                        sporco di sudore. <q type="spoken" who="Candice">Chi si rivede…</q></p>
                    <p>Non rispondo, perché non è il tempo per parlare. Immagino che gli altri non
                        siano d’accordo per una pausa caffè, ora…</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="decimo">
                    <p>Avrei desiderato non uccidere più nessuno, sedermi ad un tavolo per giocare a
                        carte con un paio di amici, mentre bevo un buon bicchiere di whiskey
                        invecchiato, parlando dell’ultimo album di un qualsiasi cantante. Ancora una
                        volta ho scelto di ballare al fianco della signora Morte in una notte
                        piovosa, questa volta per finire tutto. Comunque sarebbe andata, questa vita
                        era terminata.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Quanti uomini ci sono ancora?</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Non lo so… pochi, spero… </q> Si passa una
                        mano tra i capelli, tenendosi un braccio. E’ stata ferita, ma non sembra una
                        cosa grave.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Dovremo sempre uccidere qualcuno, <name
                                key="Candice">Candice</name>?</q></p>
                    <p>Mi guarda in modo strano, e sospira. <q type="spoken" who="Candice">Sei
                            stanco di farlo?</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Si…</q></p>
                    <p>Ricarico le armi e avanzo per il corridoio, cercando di evitare di calpestare
                        i corpi. </p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Riportiamo a Vincent le pallottole che ci
                            ha regalato.</q></p>
                    <p>Percorrere l’intero ultimo piano è faticoso, gli uomini sembrano non finire
                        mai, premere il grilletto è diventata ormai un’azione automatica, e la
                        sensazione di essere lì da ore comincia a farsi strada nella mia mente
                        svuotata.</p>
                    <p>Nessuno di loro sopravvive alla scia di morte che scarichiamo, la loro mira è
                        imprecisa e il sangue non è abbastanza freddo, un cocktail suicida da usare
                        contro nemici il cui uccidere era diventato un mestiere a tempo pieno.
                        Strappo la vita all’ultimo e aiuto <name type="persona" key="Candice"
                            >Candice</name> a rialzarsi, la ferita comincia ad indebolirla, e non ho
                        con me qualcosa per fermarla. Di sicuro non posso chiamare un’ambulanza,
                        deve resistere finchè tutto non sarà finito.</p>
                    <p>Mentre la sollevo, noto il suo sguardo dietro di me, sento la sua mano tirare
                        il mio braccio e la sua bocca rilasciare un grido contenente il mio nome. Mi
                        volto giusto il tempo perché un foro si disegnasse nel muro dietro di me, e
                        trascinato giù dal peso della mia compagna perdo l’equilibrio e finisco a
                        terra. Se sono vivo devo ringraziare lei, e la mia <rs type="oggetto">
                            <num type="cardinale" value="9">9</num>mm</rs> costantemente in mano che
                        pone fine al respiro di quell’uomo.</p>
                    <p>Dietro di lui, un uomo entra velocemente nella porta che dà sul tetto, con un
                        vestito troppo costoso per chiunque. <name type="persona" key="Candice"
                            >Candice</name> non si rialza, segno che la ferita è più grave di quanto
                        immaginassi. Sono da solo, ma è giusto che sia così. Fin dall’inizio questa
                        è stata la mia guerra, e ora devo concludere tutto. </p>
                    <p>Cammino verso la porta, per marchiare a fuoco l’ultimo atto.</p>
                </div>
                <div type="atto" subtype="presente" n="undicesimo">
                    <head> Presente - Ultimo Atto</head>
                    <p>Che <name type="persona" key="Vincent">Vincent</name>non fosse un uomo
                        d’azione si poteva capire dalla scelta per la sua fuga, il tetto è l’ultimo
                        posto in cui potresti sperare di sopravvivere, l’alternativa alla pallottola
                        è uno schianto contro il cemento una ventina di piani più in basso.</p>
                    <p>Con attenzione apro la porta, e un getto d’aria mi investe in pieno, aria
                        pulita e pura, troppo in alto perché lo smog riesca ad inquinarla. Avanzo
                        lentamente osservando la zona e temendo una trappola, ma nessuno sembra
                        essersi nascosto tra i camini e le grate, nessuno sembra poter dare man
                        forte all’uomo che sta scappando da me.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Eri morto… tu eri morto! </q> E’ vicino al
                        cornicione, troppo vicino.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Noto con piacere che non fai più errori
                            di valutazione. Si, sono morto. Sono qui per portare via anche te.</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Non essere così avventato, io posso renderti
                            potente! C’è stato solo un problema di… comprensione. </q> A trattare
                        con il diavolo ci si assicura l’inferno.</p>
                    <p>Mi avvicino, mentre lui indietreggia fino ad arrivare al bordo. C’è qualcosa
                        di piacevole in quello che sta succedendo, una sorta di controllo su tutto,
                        una deviata forma di pace. Non mi preoccupo che qualcuno ci interrompa visto
                        che <name type="persona" key="Candice">Candice</name>, anche se ferita, sta
                        proteggendo la porta di accesso al tetto.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Vincent">Non puoi uccidermi! Ti immagini l’economia di
                            questa città, le bande, la perdita del controllo, il…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Ti sembra forse che mi interessi
                            qualcosa? Nella città degli angeli, <name type="persona" key="Vincent"
                                >Vincent</name>, tu non hai mai posseduto candide ali.</q></p>
                    <p>Con un misto di incredulità e terrore osserva la mia pistola fare fuoco, la
                        nota finale di una stonata canzone. Quando la sua camicia diventa cremisi, e
                        il suo cadavere crolla a terra, realizzo che è tutto finito, e lascio cadere
                        il braccio lungo il fianco. </p>
                    <p>Dietro di me, si trascina una <name type="persona" key="Candice"
                        >Candice</name> stanca e affaticata, coi capelli biondi stranamente
                        brillanti in un affresco blu di questa fredda notte.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice"/>E’ morto…?</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Si.</q></p>
                    <p>Non guarda il corpo, ma le luci della città sotto di noi, agitate formiche in
                        uno spazio troppo grande per loro. Inspiro l’aria a pieni polmoni,
                        cancellando l’odore di zolfo dalle narici.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Cosa farai ora?”</q> sussurra <name
                            key="Candice">Candice</name>.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Non lo so… me ne andrò da questa città,
                            troppi ricordi.</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Lei?</q></p>
                    <p>Ally… E’ morta, e io sono ancora vivo.</p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">Tutto…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">Potresti aprire un bar… almeno lavorerei
                            decentemente anche io…</q></p>
                    <p>Sorrido, assecondando la sua idea di cambiamento. <q type="spoken"
                            who="Protagonista">. Potrei chiamarlo <rs type="luogo">Bar da <name
                                    key="Protagonista">Michael</name></rs>…</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Candice">…<name type="persona" key="Protagonista"
                                >Michael</name>?</q></p>
                    <p><q type="spoken" who="Protagonista">E’ una lunga storia…</q></p>
                </div>
            </div>
        </body>
        <back>
            <epigraph>
                <figure><graphic url="retro.JPG"/>
                </figure>
            </epigraph>
        </back>
    </text>
</TEI>

